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Agorà Lazio, il muro contro muro è diventato invalicabile
Oggi 19-06-26, 08:37
Caro Direttore, il sentimento che provo è soprattutto di dispiacere. Perché fa male vedere un ambiente spaccarsi in una maniera che, a mio avviso, sarà difficilmente ricucibile. Cosa bisognerebbe fare? È la domanda delle cento pistole. Da quando frequento questo mondo, da appassionato di calcio che dentro la Lazio conserva i ricordi e gli affetti più belli, da uomo che questa società la ama e che sportivamente ha ricevuto tantissimo, vedere una condizione così mortificante mi addolora profondamente. E ciò che noto, purtroppo, è un comportamento che sembra ormai senza ritorno. In questi giorni ho letto le dichiarazioni di chi evoca scenari lontani, club come New York, Miami, Parigi, modelli di un calcio internazionale e patinato. Ma la verità, qui a Roma, è un'altra: lo strappo è grosso, davvero importante. E le soluzioni sono difficili persino da immaginare. Mi verrebbe da dire: presidente, faccia un aumento di capitale, una campagna acquisti forte, porti entusiasmo. Ma sarei il primo a riconoscere che le mie sono parole utopiche. Davanti a noi, la realtà racconta tutt'altro. E allora, a onor del vero, vedo grandi difficoltà. Non è il risultato sportivo a spaventarmi, sia chiaro. Ciò che mi preoccupa è la profonda ferita che si è aperta tra chi ama la Lazio, chi la gestisce e tutte le componenti che ci lavorano. Non ho mai visto una distanza simile. Ho scomodato i club americani proprio per dire l'opposto: altro che grandi progetti internazionali, qui si respira un'aria pesante, tutt'altro che positiva. Servirebbe avvicinare le parti, ma non vedo la volontà di farlo. Il popolo laziale è lontanissimo dalla sua proprietà, e in un contesto simile la progettazione sportiva diventa quasi l'ultimo dei problemi, l'elemento che meno conta. Perché prima di pensare alla squadra, bisognerebbe ricucire lo strappo. E ricucirlo, oggi, è complicatissimo. Mi chiede cosa si veda all'orizzonte. La prospettiva concreta è quella di un campionato senza tifosi allo stadio, con il boicottaggio esteso persino alle piattaforme che trasmettono le partite. Una situazione che lascia intravedere enormi difficoltà. C'è poi una riflessione che mi tocca da vicino. Qualcuno dice che il presidente non voglia bene ai tifosi, che forse non gli interessino proprio. Io non lo so, perché conosco Claudio Lotito, e proprio per questo la mia domanda è un'altra: come abbiamo fatto ad arrivare a un punto di non ritorno simile? La sua presidenza è sempre stata contraddistinta da un rapporto di amore e odio. Si discuteva animatamente persino quando eravamo in Champions League, su quanto investire per essere competitivi. Era la routine di tanti anni, fatta di qualche successo e di forti discussioni. L'amore vero, viscerale, forse non c'è mai stato del tutto. Ma per un dirigente che qualcosa di buono lo ha comunque fatto, la domanda delle domande resta sempre quella: come ci siamo ridotti così? E non parlo di esagitati o di tifosi fuori dalle righe. Parlo di tutti, persino delle persone più equilibrate e oneste intellettualmente. Ho un amico che ama la Lazio in maniera viscerale: l'ho incontrato l'altro giorno e mi ha detto «non parlarmi della Lazio, per me la Lazio non esiste più». Ecco, è questo che mi dà sconforto. Tanta gente, oggi, prova indifferenza verso i propri colori. E l'indifferenza, credimi, è una cosa terrificante, molto più della rabbia. È un sentimento che culmina in qualcosa che non avrei mai immaginato: disertare un derby di Roma. Non avrei mai pensato di vedere una stracittadina senza un solo tifoso della Lazio allo stadio. Per questo, caro Direttore, il muro contro muro che vedo oggi mi sembra invalicabile. Da entrambe le parti. E spero con tutto il cuore di sbagliarmi.
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