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Appelli ripetuti su Gaza, ma censura il 7 ottobre. Ecco perché Ghali non è modello di pacifismo
Oggi 29-01-26, 09:27
Il fatto: alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 Ghali canterà. Sarà uno dei volti artistici dell'evento più importante che l'Italia ospiterà nei prossimi anni, il momento simbolicamente più alto dei Giochi, quello in cui un Paese si presenta al mondo. Serve gente presentabile, capace di dire al mondo cose nel più adeguato spirito olimpico. È questo Ghali la persona giusta (memorabile dalla sua “Ninna Nanna” questa frase: «Good Times / Good times, non mi rompere i coglioni con i Good vibes»)? Direi proprio di no. E ora vediamo perché. Dal 7 ottobre sono passati 844 giorni. Ottocentoquarantaquattro giorni dall'eccidio mostruoso compiuto da Hamas contro civili israeliani: un massacro deliberato, rivendicato, che ha aperto la guerra in corso. In questi 844 giorni Ghali ha parlato molto. Ha cantato, scritto, postato, accusato. Ma ha parlato solo quando gli è convenuto, solo in una direzione. Sul 7 ottobre, invece, tace. Da 844 giorni. Nel maggio 2024, durante un concerto, chiede un minuto di silenzio per le vittime dei bombardamenti israeliani a Gaza. Nell'agosto 2025 pubblica un lungo appello sui social: «A Gaza c'è un genocidio», «almeno sei giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall'esercito israeliano», «uccidere chi fa informazione significa nascondere la verità», fino alla frase più netta: «Ormai lo sanno tutti, lo ammettono tutti: a Gaza è in atto un genocidio». Invita gli artisti italiani a esporsi, accusa il silenzio come complicità morale, richiama la storia e la responsabilità collettiva. A ottobre 2025 il tono diventa ancora più duro: «Il rap è morto, non siete rapper», «usate mille parole ma non dite nulla sulla Palestina», «sostenere il genocidio vuol dire anche non schierarsi». In interviste successive, come su Real Talk, parla apertamente delle pressioni dell'industria contro chi prende posizione sulla Palestina e ribadisce che «they are bombing hospitals for a piece of land». Tutto questo, appunto, in 844 giorni. Ma in 844 giorni non c'è una sola parola sull'eccidio del 7 ottobre. Nessuna condanna. Nessun riferimento a Hamas. Nessuna pietà per le vittime israeliane. Un'assenza totale che non è distrazione né dimenticanza: è una scelta politica e narrativa. Ed è qui che nasce il problema. Le Olimpiadi non sono un megafono ideologico. Non servono a importare un conflitto raccontato da una sola angolazione. Servono a sospenderlo, almeno simbolicamente. Chi sale su quel palco parla anche a nome dell'Italia. E l'Italia non può permettersi ambiguità quando si parla di terrorismo, stragi e civili massacrati. Il punto non è chiedere neutralità agli artisti. Il punto è pretendere coerenza morale. Chi denuncia, accusa, richiama la storia e parla di genocidio decine di volte non può cancellare l'atto che ha aperto questa guerra. Parlare di Gaza senza mai parlare del 7 ottobre non è pacifismo. È riscrittura selettiva dei fatti. Tutto questo non fa di Ghali un artista che tifa per la pace o per la convivenza virtuosa tra popoli e religioni. Fa di lui uno strenuo difensore della causa palestinese anche nella sua versione Hamas, mascherata da impegno umanitario e superiorità morale. Esattamente ciò di cui non c'è alcun bisogno. Tantomeno sul palco che rappresenta l'Italia davanti al mondo.
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