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Capezzone: antifascisti sì, ma anche anticomunisti e antitotalitari
Oggi 25-04-26, 07:19
Compagni, è venuto il momento di dirvi che avevate torto. Avevate torto quando avete fatto finta di non sapere che una parte della Resistenza italiana combatteva sì meritoriamente contro una orribile dittatura, ma lo faceva nella speranza di instaurarne un'altra ancora più orribile. Avevate torto quando avete cercato di negare il contributo liberale, cattolico, socialista, e anche monarchico, a quella Liberazione. Avevate torto – poi – quando per decenni avete coperto i crimini e gli orrori dello stalinismo. Avevate torto quando avete giustificato – sui vostri giornali e con i vostri massimi dirigenti – la spietata repressione sovietica a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968. Avevate torto negli anni Settanta e pure negli Ottanta, quando eravate ancora incatenati a Brežnev, mentre odiavate con tutte le vostre forze Reagan e la Thatcher. Avevate torto quando lapidavate – in sequenza – Craxi e Berlusconi, quando disprezzavate l'opzione del riformismo a sinistra e quella della libertà a destra. E avete torto pure oggi, quando – a ritroso – raccontate a voi stessi che il comunismo era un'idea buona che però, purtroppo, ha avuto una cattiva realizzazione. No: ad essere sbagliata era proprio l'idea, ed eravate sbagliati pure voi. Nelle intenzioni e nelle azioni. Avete torto – sempre oggi – quando fate i gargarismi con l'antifascismo, ma non riuscite a pronunciare la parola anticomunismo. E meno che mai riuscite a mormorare o a sillabare la parola magica, quella definitiva: antitotalitarismo, cioè il contrasto a qualunque dittatura, a qualunque lesione della libertà. E invece voi siete ancora lì con la vostra lagna, la vostra noia, il solito doppiopesismo (“il comunismo italiano era una cosa diversa...”), il già sentito che ci prende alla gola. È più forte di voi. E così, più regolare del susseguirsi delle stagioni, più fastidioso dell'arrivo di una cartella esattoriale, più prevedibile di una nenia già ascoltata mille volte, più devastante di una canzoncina ipnotica nordcoreana, in Italia di tanto in tanto si ricomincia con il “fascismo”. E da quando, nel 2022, Giorgia Meloni ha vinto le elezioni, siete andati ancora più fuori di testa: vedete “fascismo” e “fascisti” ovunque. Il picco di questa sindrome si registra ovviamente il 25 aprile di ogni anno. E questo è veramente paradossale, se si considera che l'intuizione degasperiana della festa del 25 aprile (siamo per l'esattezza nel 1946, quando lo statista cristianodemocratico concepì quell'idea) era ispirata precisamente al tentativo di pacificare. «Aiutateci» disse De Gasperi in un celebre discorso rivolgendosi in primo luogo ai partigiani «a superare lo spirito funesto delle discordie. Si devono lasciar cadere i risentimenti e l'odio. Si deve perdonare». E invece, ottant'anni dopo, sembriamo (anzi: siamo) più divisi di allora. Va detto: in primo luogo per responsabilità di una sinistra che, anno dopo anno, ha sempre più tramutato i festeggiamenti per la Liberazione in un'occasione per escludere anziché per includere, per rimanere fossilizzati anziché per voltare pagina, per autocelebrarsi anziché per favorire un'autentica riconciliazione nazionale. Non si tratta – beninteso – di auspicare una mitica e probabilmente impossibile “memoria condivisa”. Ma almeno – questo sì – di provare ad accettare una cornice comune, di riconoscere un legame che vada oltre le lacerazioni del passato e le relative interpretazioni. E invece no. Ma c'è anche qualcosa di ancora peggiore. Mi riferisco alla pervicace e inquietante indisponibilità della sinistra (purtroppo con eccezioni più rare di un quadrifoglio) a riconoscere alcune evidenze storiche. La prima: perché tanto silenzio, tanto imbarazzo, tanta dimenticanza, rispetto ai giovani angloamericani (solo i morti statunitensi in Italia furono circa novantamila) che vennero a liberarci? Perché è tuttora così difficile – da sinistra – compiere l'atto di gratitudine e di pietà di portare un fiore presso i cimiteri inglesi e americani sparsi sul nostro territorio? Vogliamo forse negare il carattere determinante di quel sacrificio, in mancanza del quale nessuna lotta partigiana avrebbe potuto ottenere alcunché? La seconda (che accennavo all'inizio): dobbiamo certamente essere grati a tutti i partigiani italiani che contribuirono al risultato della Liberazione. Ma non possiamo nasconderci che una quota rilevante di quei partigiani – la Resistenza comunista – non aveva necessariamente come orizzonte politico (o come unico esito possibile) la nascita di una democrazia occidentale. Esisteva (eccome se esisteva) la fascinazione e la forza di attrazione sovietica. La terza: non possiamo passare sotto silenzio gli eccidi e le atrocità di cui anche alcuni partigiani si resero responsabili. E non solo verso ifascisti in rotta o già sconfitti, criminali o no che fossero (singolarmente considerati). Ma anche verso persone totalmente innocenti. E perfino verso altri partigiani: quelli cattolici, laici, liberali, socialisti, monarchici. Perché tanto silenzio su episodi indegni, come l'eccidio di Porzus, con il massacro di diciassette appartenenti alla brigata Osoppo (cattolici, laici, socialisti) da parte di gappisti comunisti? E ancora, perfino al di là di queste violenze inescusabili: perché nei decenni successivi la sinistra (la sua cultura, la sua storiografia, la sua editoria) ha marginalizzato e in qualche caso provato a cancellare le tracce della parte non comunista della Resistenza? Perché (ed eravamo già nei primi anni Duemila) un uomo come Giampaolo Pansa, con una limpida storia di militante di sinistra, fu aggredito e isolato dopo la pubblicazione dei suoi libri (penso al trittico Il sangue dei vinti, Sconosciuto 1945, La grande bugia) sulle atrocità perpetrate dai partigiani rossi, a Liberazione già avvenuta, e non necessariamente ai danni di criminali fascisti? Quelle letture rappresentano un viaggio lacerante tra Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna: con episodi ingiustificabili, eccidi immotivati, esecuzioni di belluina violenza e incredibile viltà. Eppure un giornalista e un uomo come Pansa fu guardato con sospetto – a lungo e fino al termine dei suoi giorni – per aver osato porre il problema in modo rigoroso e documentatissimo. E ancora: perché sono stati necessari più di cinquant'anni per aprire una discussione e uno spazio di conoscenza sulla tragedia delle Foibe e sull'esodo di migliaia di nostri connazionali di Fiume, Istria e Dalmazia? Che “pacificazione” si vuole davvero costruire se poi il racconto “ufficiale” è basato su una lettura accuratamente “selettiva” degli eventi? Su queste basi, buon 25 aprile a tutti. Antifascisti sì, ma anche e necessariamente anticomunisti e antitotalitari.
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