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Conclave, i voti del cardinale Parolin alla fine non confluirono su Prevost
Oggi 08-02-26, 12:15
Ricostruire gli avvenimenti, le alleanze e l'evoluzione delle votazioni che hanno portato all'elezione del Romano Pontefice è sempre un lavoro assai complesso. Spesso ci vogliono anni per arrivare a mettere insieme testimonianze concesse sotto protezione di anonimato, confrontare dati e racconti talvolta in totale contrapposizione l'uno con l'altro, verificare l'esattezza di ricordi offuscati dalla senilità di molti protagonisti. E poi c'è quel segreto assoluto che tutti i cardinali sono tenuti a rispettare giurando sulla Costituzione (quella vigente è ancora oggi la «Universi Dominici Gregis» emanata da Giovanni Paolo II nel 1996 n.d.r.) che norma dettagliatamente le regole del Conclave. Per chi parla la pena è la scomunica Latae Sententiae, cioè di fatto e automatica. Tuttavia, sull'elezione di Robert Francis Prevost/Leone XIV sono iniziate ormai da mesi a trapelare indiscrezioni, episodi, supposizioni su quanti voti avrebbe ricevuto il nuovo Papa, come pure varie ipotesi sui risultati ottenuti dagli altri candidati nei quattro scrutini che hanno dato alla Chiesa il 267° successore di San Pietro. I numeri sono discordanti, ovviamente, ma incrociando varie testimonianze e numerose fonti Il Tempo è in grado oggi di smentire quello che molti hanno scritto subito dopo il Conclave dello scorso maggio: non è vero che il pacchetto di voti a sostegno di Pietro Parolin sarebbe confluito totalmente su Prevost tra la seconda e la terza votazione. Anzi, un nutrito gruppo di eminentissimi che avrebbero voluto vedere il Segretario di Stato uscente (e rientrante) vestito di bianco non ha votato per il futuro Leone XIV neppure nella quarta, cioè quella decisiva svoltasi nel pomeriggio dell'8 maggio 2025. Noi stessi, a poche ore dalla clausura dei 133 cardinali elettori nella Cappella Sistina, avevamo scritto che il cardinale Pietro Parolin poteva contare su un pacchetto di voti iniziale oscillante tra le 35 e le 45 preferenze. Avevamo anche parlato con un porporato che stava tenendo il conto delle adesioni considerate «sicure» per la candidatura del numero due vaticano. Quanti voti esattamente Parolin abbia incassato nella prima votazione, svoltasi nella tarda serata del 7 maggio, non è dato sapere con precisione. C'è chi dice una ventina, altri oltre trenta, qualcuno addirittura afferma che il Segretario di Stato abbia sfiorato la quarantina di preferenze. L'unica certezza confermata da quasi tutte le fonti è che l'unico gruppo veramente compatto sin dall'inizio delle votazioni è stato quello dei cosiddetti “conservatori”, che al primo turno hanno votato in blocco per il loro candidato di bandiera: l'Arcivescovo ungherese Péter Erdö. Da più parti si è poi ricostruito che durante la notte tra il 7 e l'8 maggio alcuni esponenti dei vari gruppi si sarebbero riuniti nei moderni salottini di Santa Marta per affinare le strategie in vista del giorno seguente, da tutti ormai ritenuto quello decisivo. Secondo le prime testimonianze raccolte dopo l'elezione di Prevost, i sostenitori di Pietro Parolin avrebbero stretto nottetempo un accordo che pressappoco era stato riassunto così: al cardinale statunitense il papato, a quello veneto la conferma a Segretario di Stato per almeno un biennio. Se l'accordo, così come descritto, ci sia stato o meno è difficile dirlo, quel che però possiamo oggi rivelare è che sui 133 elettori almeno 25 non hanno votato Prevost nella votazione decisiva. I numeri per il nuovo Papa, a seconda delle testimonianze, oscillano tra i 105 e i 109 ma quelli che avrebbe raccolto Parolin al quarto scrutinio non scendono mai sotto i dieci e c'è chi afferma ne abbia ottenuti addirittura 15. Tutti elettori che, ormai chiaro dove ci si stava dirigendo, hanno voluto fino all'ultimo dare una prova simbolica della loro fedeltà a Pietro Parolin oppure cardinali che un uomo a stelle e strisce sul Soglio di Pietro proprio non lo avrebbero mai voluto?
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