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"Consumare meno". La solita ricetta dell'Europa con l'incubo lockdown
Oggi 05-04-26, 16:11
C'è qualcosa di profondamente stonato nelle parole che arrivano da Bruxelles in questi giorni. Il megafono stavolta si chiama Dan Jorgensen, commissario all'energia. Ancora una volta si parla ai cittadini europei come se fossero l'anello debole della catena, come se il problema fosse nei nostri consumi, nelle nostre abitudini, nella nostra quotidianità. Ancora una volta si evocano scenari di razionamento, quasi a voler preparare il terreno a una nuova stagione di sacrifici «stile lockdown». Ma davvero è questo il punto? Davvero, a distanza di pochi anni dallo shock energetico che ha travolto l'Europa con l'inizio del conflitto in Ucraina, la risposta che la Commissione europea riesce a formulare è chiedere ai cittadini di fare meno, consumare meno, spegnere di più? Perché il tema vero è un altro. In questi anni l'Europa è rimasta ferma. Ferma sul nucleare, prigioniera di veti ideologici e paure mai davvero affrontate. Ferma sulle fonti alternative, spesso annunciate più che realizzate. Ferma su una strategia energetica comune che fosse davvero tale, e non un mosaico fragile di interessi nazionali. E allora oggi ci ritroviamo punto e a capo. Con la stessa fragilità di ieri, forse persino maggiore. Ma con una differenza che merita di essere sottolineata: non tutti sono rimasti immobili. Perché, se l'Europa nel suo complesso ha esitato, alcuni Paesi hanno provato a muoversi. L'Italia, ad esempio, negli ultimi anni ha avviato un percorso di differenziazione delle fonti di approvvigionamento energetico, guardando con maggiore decisione ai Paesi africani, rafforzando il ricorso al Gnl proveniente dagli Stati Uniti e intensificando il dialogo con il mondo arabo, anche attraverso iniziative diplomatiche mirate. Segnali, certo, ancora parziali. Ma che dimostrano una cosa semplice: le alternative esistono, se c'è la volontà politica di perseguirle. E soprattutto, verrebbe da dire al commissario Jorgensen, c'è un alibi che non può più essere utilizzato. Non ci si può trincerare dietro i tempi inevitabilmente lunghi delle grandi trasformazioni energetiche. È vero, servono anni. È vero, costruire infrastrutture, diversificare le fonti, ridefinire una strategia comune richiede tempo. Ma è altrettanto vero che, se non si comincia, non si arriva da nessuna parte. È una verità semplice, quasi banale. E proprio per questo troppo spesso ignorata. Perché il tempo lungo non può diventare una giustificazione per l'immobilismo. Al contrario, dovrebbe essere la ragione per iniziare subito, con decisione, senza ambiguità. È davvero accettabile che, di fronte a questa situazione, il messaggio sia ancora una volta rivolto verso il basso? No, questa volta no. Perché se c'è qualcuno che deve fare di più, non sono i cittadini europei. Sono le istituzioni europee. Che dovrebbero dire come intendono accelerare sulle infrastrutture energetiche. Quali scelte strategiche avranno il coraggio di fare sul nucleare, senza ambiguità. Come l'Europa può diventare meno dipendente e più autonoma. Non bastano più gli inviti alla prudenza e le raccomandazioni ai comportamenti virtuosi. Quelle le abbiamo già sentite, già seguite, già pagate. Quello che manca è una visione. E soprattutto, il coraggio di metterla in pratica. Perché l'energia non è solo una questione tecnica. È una questione politica, di sovranità, di futuro. E se oggi si torna a parlare di shock energetico, la domanda che la Commissione dovrebbe porsi non è cosa devono fare i cittadini europei. Ma cosa non abbiamo fatto, finora, per evitarlo. E soprattutto cosa intendiamo fare per non costringere l'Europa, e noi cittadini, a ripiombare nell'incubo lockdown.
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