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Cosa farà Meloni è chiaro, non lo è cosa farà Vannacci
Oggi 17-06-26, 09:09
Futuro Nazionale è nato a febbraio scorso. Da allora, i numeri delle adesioni al partito, la crescita in Parlamento e nei sondaggi e la costante presenza mediatica ci dicono che Vannacci è riuscito a ritagliarsi uno spazio politico e mediatico che pochi mesi fa sembrava improbabile. Proviamo a capire perché. La prima ragione è che Futuro Nazionale rappresenta una novità nel panorama politico, e le novità attirano sempre attenzione. La seconda è che non deve affrontare il problema principale dei nuovi partiti, cioè farsi conoscere dal pubblico di massa. Il generale era già un personaggio noto prima di diventare un soggetto politico autonomo. Tuttavia, non basta essere nuovi e noti. Ci sono altre esperienze emergenti, con leader più o meno noti, da Marattin a Picerno da Ruffini a Onorato, che stanno provando a trovare uno spazio nel sistema politico italiano, ma con risultati diversi. Possono essere interessanti, ma se non generano conflitto e non producono emozioni forti, difficilmente possono occupare l'agenda pubblica. Futuro Nazionale è, invece, una novità polarizzante. Divide, provoca, emoziona, costringe gli altri a prendere posizione e fa notizia. Ha nemici ben definiti e consente ai suoi sostenitori di identificare facilmente avversari politici e culturali. Il «noi» e il «loro» del generale sono chiari. Quelli di Onorato, Picerno, Ruffini o Marattin molto meno. E, in politica, senza un «loro» spesso non c'è neanche un «noi». Nell'economia dell'attenzione questa è una differenza enorme. Dunque, Vannacci è nuovo, divisivo e narrativamente conflittuale. Inoltre, occupa una posizione politicamente redditizia, che è quella di fare opposizione, ma da destra. Di oppositori del governo ce ne sono molti, come sempre, ma tutti criticano Meloni da sinistra o dal centro. Il generale occupa quindi uno spazio comunicativo più riconoscibile e distintivo: è come una bottiglia nera su uno scaffale pieno di bottiglie rosse. A questi meccanismi vanno aggiunti i tanti «meriti» della sinistra politica e mediatica. Fu la polemica scatenata nell'estate del 2023 attorno al suo libro, nata su Repubblica e amplificata da una parte consistente dell'informazione progressista, a trasformare un generale sconosciuto in un fenomeno nazionale e a rendere il libro un caso editoriale. In questi giorni, il meccanismo si ripete. Una quota significativa della sua esposizione mediatica continua a provenire da chi intende delegittimarlo o ridicolizzarlo. Ma l'attenzione è una risorsa ambivalente e chi viene criticato quotidianamente finisce spesso per apparire più importante di quanto non sia davvero. C'è, infine, un altro elemento, più ampio, che aiuta a spiegare la crescita di Vannacci. Il suo partito nasce in un ciclo europeo favorevole alle destre radicali, nazional-populiste e anti-establishment. In Francia, Germania e Austria il Rassemblement national, l'Afd e il FPÖ sono i primi partiti. In Portogallo Chega è diventato il principale partito di opposizione. In Spagna Vox resta su percentuali importanti. E anche fuori dall'Unione europea, nel Regno Unito, Nigel Farage (Reform UK) è in testa nei sondaggi. In tutta Europa, immigrazione, sicurezza, sovranità nazionale e sfiducia nelle élite hanno creato un clima favorevole a chi promette rivendicazione identitaria, protezione e rottura radicale. Vannacci intercetta anche questo: uno «spirito del tempo» europeo. La particolarità italiana, però, è che questo spazio non è vuoto. Altrove la destra radicale cresce spesso contro governi liberali, socialdemocratici o popolari percepiti come distanti da quel mondo. In Italia, invece, Vannacci prova a crescere alla destra di Giorgia Meloni, colei che letteralmente impersonifica e incarna la destra nazionale e che su patria, identità, difesa dell'interesse nazionale, sicurezza e confini ha costruito buona parte della propria biografia politica. E, numeri alla mano, parliamo di un Presidente del Consiglio che continua a godere di grande fiducia e credibilità nell'elettorato conservatore. Per questo il momentum europeo può aiutare Vannacci, ma non basta a trasformarlo nel Farage italiano. Il vento soffia nella sua direzione, ma in Italia incontra un argine che altrove non c'è: una destra di governo guidata da una leader identitaria, credibile e ampiamente legittimata nel proprio campo. Questo aiuta a spiegare il cambio di passo recente, che personalmente condivido, di Giorgia Meloni. Dato che ignorare Futuro Nazionale non funziona, bisogna ridefinirlo. La frase pronunciata in Aula lo scorso 11 giugno va esattamente in questa direzione: se avete votato più volte contro la fiducia al governo, allora non potete rivendicare il monopolio della «vera destra». Perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra. È un contrattacco molto più efficace rispetto al confronto sui singoli temi, che sia la re-migrazione o la Nato, la Russia o l'Europa, che comunque implicherebbero un inseguimento su un'agenda dettata da Vannacci. Ed è efficace non solo per ragioni comunicative, ma per le sue basi psicologiche. Lo psicologo morale Jonathan Haidt, nel suo notissimo libro Menti tribali, dimostra che nell'etica degli elettori conservatori alcuni principi hanno un peso specifico molto alto. Uno di questi è la dicotomia lealtà/tradimento. Quindi, se il conflitto viene interpretato come una disputa tra diverse strategie per rafforzare il centrodestra, Vannacci può continuare a giocare la sua partita e provare a differenziarsi, posizionandosi più a destra. Ma se viene percepito come qualcuno fuori dal centrodestra e che favorisce gli avversari, il giudizio può cambiare radicalmente. Perché, in questa comunità politica, chi divide il proprio campo e diventa utile agli «altri» non sceglie semplicemente una linea alternativa, rompe un patto morale col suo popolo. È superfluo ricordare quanto Berlusconi, ad esempio, abbia utilizzato con efficacia questa leva con Bossi, Casini, Fini e Alfano, accusati di tradire il mandato degli elettori e di diventare utili alla sinistra. È questa, verosimilmente, la partita che vedremo nelle prossime settimane. Ciò non significa che, in prospettiva, le parti non possano avvicinarsi. Del resto, la storia delle nostre coalizioni è piena di scissioni e riavvicinamenti. Oggi Giorgia Meloni è perfettamente in grado di riassorbire Futuro Nazionale all'interno del centrodestra e di garantire una sintesi politica, in virtù del livello di fiducia e di credibilità che detiene nel suo popolo. La domanda, piuttosto, sembrerebbe un'altra. Quanto interessa a Vannacci far parte della coalizione? È chiaro che andando da solo al voto il suo partito avrebbe più visibilità e distintività e probabilmente margini di crescita più alti rispetto al Vannacci «diluito» in coalizione. Tuttavia, in questa eventuale operazione ambiziosa, in questa Opa ostile non solo sulla Lega ma su tutto il centrodestra, ci sono due grandi «ma»: uno si chiama Giorgia Meloni, l'altro si chiama «lealtà».
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