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Ex colleghi e ombre sui maxi appalti: tutto ciò che Giuseppi evita di chiarire
Oggi 28-06-26, 09:08
Nell'intervista di ieri a Repubblica, Giuseppe Conte fornisce in modo sommario la sua verità su alcuni fatti che vale la pena analizzare più approfonditamente. FUGA DALL'AUDIZIONE Il leader del M5S sostiene: «Sono anni che ho dato la mia disponibilità a essere audito (in Commissione Covid, ndr), solo che a questa disponibilità non è stato dato alcun seguito. Attendo quindi di sapere la data della mia audizione, perché è in corso un gioco sporco che non posso più permettere». Quindi, Conte non vedrebbe l'ora di deporre, ma il presidente Marco Lisei (FdI) glielo impedirebbe. Peccato che le cose non stiano in questi termini. Le sedute della Commissione vengono registrate ed è facilmente consultabile quella in cui Lisei invitò Conte a dimettersi da componente dell'organismo parlamentare, per poi rientravi una volta audito. Questo, allo stato attuale, è il modo più semplice per testimoniare, vista la prassi vigente per cui i commissari non possono essere convocati. Di fronte a questa richiesta di Lisei, Conte rispose testuale: «Lei sta parlando di mie dimissioni che non intendo assolutamente rassegnare. Non intendo dimettermi». Più chiaro di così. Tanto che ieri il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, faceva notare: «Giuseppe Conte parla dovunque di Covid tranne dove dovrebbe, cioè in Commissione d'inchiesta». Questa impasse, oggi può essere superata grazie all'intervento dei presidenti di Camera e Senato che, dopo una lettera appello de Il Tempo, hanno convocato la Giunta per il Regolamento al fine di superare la prassi ostativa suddetta e poter convocare Conte. PREMIER IGNARO È significativa anche un'altra dichiarazione del leader M5S a Repubblica: «Dal 2021 ho chiarito decine di volte che non mi sono mai occupato di contratti per l'acquisto di mascherine e respiratori, né di quali imprese o professionisti fossero coinvolti. A differenza di Fratelli d'Italia». Nessuno ha mai sostenuto che fosse Conte in persona a fare i contratti per l'acquisto dei dispositivi anti Covid. In quel ruolo aveva messo l'ex ad di Invitalia, Domenico Arcuri, in qualità di commissario speciale. Grazie al lavoro della Commissione d'inchiesta, si è scoperto che per quasi un anno la struttura guidata da Arcuri ha operato senza alcun controllo anticorruzione. La vigilanza dell'Anac è stata stipulata solo a dicembre 2020, ma solo su base volontaria. A quel periodo risale la maxi commessa da 1,25 miliardi di euro con cui furono acquistate mascherine cinesi farlocche. Acquisti che sarebbero potuti essere portati avanti tranquillamente da Consip, come ha chiarito l'ex ad Cristiano Cannarsa. Di tutto ciò Conte era ignaro? EX COLLEGHI E PARCELLE Una serie di imprenditori, almeno tre, auditi in Commissione, hanno tirato in ballo l'avvocato Luca Di Donna, ex collega di Giuseppe Conte allo studio Alpa (mentore del leader grillino). È bene ricordare che Di Donna, indagato in passato dalla procura di Romaper traffico di influenze durante la pandemia, è stato archiviato. A fare il suo nome è stato Marco Spadaccioli, dipendente della Adaltis Srl, il quale parlando di Di Donna ha riferito di un pagamento di 454mila euro per una consulenza. «Possono essere stati pagati solamente per l'attività di controllo dei documenti prima di caricarli e per la lettera che hanno scritto quando non ricevevamo l'incasso. Non vedo altre attività oltre a queste», ha spiegato Spadaccioli rispondendo alle domande sulle parcelle pagate. Insomma, dopo il pagamento di quei 454mila euro la gara per fornitura di test molecolari sarebbe andata a buon fine. Come detto, anche altri imprenditori hanno ricordato di essere stati avvicinati da Di Donna. Uno di loro è Giovanni Buini, dellaAres Safety, il quale disse di essere stato convocato nello studio Alpa da Di Donna e da Gianluca Esposito. In particolare, Buini puntava ad un contratto da 60 milioni di euro per una partita di 160 milioni di mascherine. Riferì che Di Donna si sarebbe presentato come vicino all'allorapresidente del Consiglio. Buini alla fine sitirò indietro e non se ne fece più nulla. Un altro imprenditore, Dario Bianchi, ad della JC Eletronics, ha raccontato in commissione Covid che l'avvocato Di Donna si sarebbe proposto per risolvere le controversie con la struttura commissariale di Arcuri dietro il pagamento del 10 per cento delle mascherine vendute. Una parcella di tutto riguardo. Tra l'altro, inseguito un tribunale ha riconosciuto a JC Eletronics un risarcimento da 200 milioni di euro per una partita di mascherine concordata e poi revocata. Conte ha liquidato il caso Di Donna in questi termini: «Non ho mai costituito con lui una società e, da quando sono diventato premier, non ho avuto alcun rapporto anche sul piano personale. Non l'ho mai incontrato, né sono mai stato informato della sua attività professionale». Non c'è motivo di dubitarne. Le ombre emerse in Commissione non sono sulla persona di Conte, ma sulle modalità con cui venivano portati avanti i maxi appalti quando lui era a Palazzo Chigi.
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