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Gli abiti della festa poi giù dal balcone. Crepet: "Fallimento della solitudine"
Oggi 22-04-26, 12:20
Un dramma assurdo che ha lasciato sgomenta la comunità di Catanzaro e il resto d'Italia. Nel cuore della notte A.D. operatrice di Rsa avrebbe lanciato dal balcone al terzo piano i suoi tre figli e poi si sarebbe gettata nel vuoto a sua volta. Nell'impatto la donna e due dei bambini, uno di 4 anni e uno di 4 mesi sono morti sul colpo. La terza figlia è ricoverata in gravi condizioni. In casa c'era il marito che si è svegliato quando ha sentito dei rumori ma era troppo tardi. Ha tentato di prestare i primi soccorsi in attesa del 118. Secondo le prime ricostruzioni prima di lanciarsi nel vuoto la donna, 46 anni, avrebbe messo ai bambini gli abiti delle feste. Il primo a notare i corpi a terra è stato un poliziotto che abita nello stesso palazzo, alle cinque del mattino. Sul posto la pm di turno Graziella Viscomi, che coordina le indagini, insieme alla Polizia, il personale del 118 e della Medicina legale dell'Università Magna Grecia. "Non conoscevo la famiglia e, per quanto ne so, non era seguita dai servizi sociali", dice a LaPresse il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita il quale sottolinea che la famiglia non viveva "una situazione di disagio" e che quello in cui risiedeva "non è un quartiere degradato". Se l'ipotesi dell'omicidio-suicidio fosse confermata, afferma Fiorita, "sarebbe un caso di disagio invisibile". Il sindaco ricorda che la famiglia "frequentava la comunità parrocchiale, che è una comunità molto viva". "Non chiamatelo un semplice gesto d'impeto, perché allora chiunque di noi potrebbe lanciarsi dal balcone stasera stessa, anche io e lei con i nostri figli. Non diciamo fesserie", commenta lo psichiatra Paolo Crepet, sentito dall'Adnkronos Salute. "Dobbiamo smetterla anche con la retorica della 'donna molto religiosa': è il segno che non abbiamo capito nulla. Questa madre era semplicemente sola, profondamente sola. Il suo disagio non è stato intercettato da nessuno. Se avesse avuto anche solo un'amica presente, forse quel dolore sarebbe stato colto e lei sarebbe stata aiutata", afferma l'esperto. La 46enne, infatti, secondo la stampa locale, viene descritta dai vicini come “schiva e molto religiosa”, e “soffriva di lievi disturbi psichici”, ma “nulla che lasciasse presagire un tale epilogo”. Lo psichiatra punta il dito sulla solitudine profonda che spesso si cela dietro l'apparente normalità di chi viene descritto dai vicini come “schivo” o “riservato”. Per Crepet il fulcro del problema non è la fede o la condotta morale, ma l'assenza di una rete di supporto reale. L'esperto respinge con forza "le consuete letture superficiali che accompagnano questi eventi. Non se ne può più, ci vuole rispetto per il dolore delle persone che non ci sono più". Crepet sottolinea che "l'elaborazione di un dolore insopportabile è un processo umano complesso che non può essere liquidato con definizioni sbrigative. Dobbiamo avere il coraggio di dire che oggi la solitudine totale è il vero problema, e non mi riferisco al luogo della tragedia – precisa – perché è un fenomeno che riguarda il Paese intero, tutti sui social e zero relazioni umane". Conclude lo psichiatra: "Io non so se la donna fosse seguita o no, non lo posso sapere, ma dire che era una 'brava donna' non serve a nulla. Serve riconoscere che siamo esseri umani, non macchine, e che il dolore richiede tempo e presenza per essere gestito. Certamente l'elaborazione di un dolore così insopportabile non avviene in poche ore", osserva lo psichiatra.
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