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Huber Matos Jr: "Mio padre tradito da Fidel: voleva Cuba libera"
Oggi 29-04-26, 10:17
Abbiamo intervistato Huber Matos Junior, figlio di Huber Matos (1918-2014), comandante della Rivoluzione Cubana diventato poi uno dei primi grandi dissidenti del regime. Matos combatté insieme a Fidel e Raúl Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos contro Batista, per poi diventare uno degli oppositori più fermi del sistema nato da quella rivoluzione. Critico verso l'infiltrazione comunista, rassegnò le dimissioni nell'ottobre 1959 con una lettera a Fidel, accusandolo di tradire gli ideali democratici. Arrestato subito dopo, fu condannato a 20 anni di carcere durissimo. Liberato nel 1979, si esiliò a Miami e continuò fino alla morte a denunciare il regime castrista, diventando simbolo della dissidenza e per questo accusato da L'Avana di essere un agente della CIA. Signor Matos, quando fu il momento preciso in cui suo padre capì che Fidel Castro non avrebbe mai mantenuto la promessa di elezioni libere e di un governo aperto a tutte le forze democratiche? «Sì, ci fu quel momento. Poco tempo dopo il trionfo rivoluzionario del primo gennaio 1959, Fidel invitò mio padre a partecipare a una cerimonia. Una volta terminata la cerimonia, lui e Fidel partirono insieme verso L'Avana nella stessa automobile e, durante il viaggio, Fidel raccontò a mio padre una serie di problemi che il "governo" stava affrontando. Come parte del rimedio, mio padre gli disse: "Fidel, ricordi la promessa che facesti quando combattevamo, che i lavoratori avrebbero avuto una percentuale degli utili?". Fidel rispose: "Huber, non si può, perché dopo la libertà economica chiederanno la libertà politica". Mio padre rimase colpito da una risposta in cui Fidel esprimeva la sua inclinazione a intraprendere la strada di un sistema senza libertà». Suo padre trascorse vent'anni in prigione, tra isolamento e torture, senza rinunciare mai ai suoi ideali democratici. Secondo lei, cosa gli permise di resistere? «Credo sia stato un profondo idealismo, un coraggio eccezionale e una grande lealtà verso il popolo cubano. Fin da piccoli ci ricordava che: "Gli uomini si formano nelle avversità". All'inizio né io né mio fratello credo capissimo, ma col tempo abbiamo compreso». Perché Castro non uccise suo padre, come fece con altri? «Fidel sapeva che lui avrebbe dato la sua vita per la causa. Quando si dimise dal governo rivoluzionario nell'ottobre del 1959, aveva la speranza che Fidel riflettesse. Ma era disposto a essere mandato al plotone di esecuzione, se quello fosse stato il prezzo per avvertire il popolo. Fidel voleva che nel processo fosse condannato a morte, ma temette di trasformarlo in un martire. Lo stesso Che Guevara lo avvertì in privato all'uscita di una riunione del Consiglio, dicendogli: "Fidel, se continui a insistere per la fucilazione di Huber, dovrai fucilare tutti i ministri"». Dopo la sua liberazione, suo padre continuò la sua lotta dall'esilio fondando e guidando Cuba Independiente y Democrática (CID). Il suo messaggio ai cubani? «Che il popolo cubano deve prendere coscienza delle risorse di cui dispone il Paese per andare avanti, e comprendere che la ricostruzione nazionale non è un'aspirazione lontana, ma oggi una possibilità reale e raggiungibile. Che aspiriamo a una società fondata sull'equità, la giustizia e la convivenza nazionale; senza caste privilegiate né gruppi emarginati. A un Paese in cui il diritto al lavoro, al pane, alla salute, alla sicurezza sociale e all'istruzione non siano promesse, ma realtà. Vogliamo uomini e donne liberi. Un contadinato che possa disporre pienamente del frutto del proprio lavoro. Un Paese in cui l'imprenditorialità, gli investimenti e la creazione di ricchezza contribuiscano al benessere collettivo. Elezioni libere e il governo subordinato alla legge. Il potere non appartiene a chi lo esercita, ma al popolo che lo delega. Questo è il momento di assumersi questa responsabilità storica. Cuba ha la capacità di rialzarsi». Suo padre sostenne a lungo che il regime castrista sarebbe finito per cadere dall'interno. Oggi l'isola attraversa una gravissima crisi. Ritiene che la situazione sia davvero arrivata a quel punto di non ritorno? «Si. Ha sempre creduto che sarebbe arrivato un momento in cui i militari e il popolo si sarebbero uniti per ottenere un cambiamento di regime. Ha sempre pensato anche che dall'esilio ci si dovesse preparare per sostenere questo sforzo. Ha sempre predicato la necessità di evitare odio e vendette tra i cubani. Per questa ragione il CID trasmetteva 7 giorni su 7, 24 ore su 24, attraverso una stazione radio a onde corte con un vasto pubblico nell'isola». Osservando la Cuba attuale, pensa che un eventuale cambiamento potrebbe avvenire in modo relativamente pacifico e graduale, magari seguendo un modello simile a quello venezuelano, oppure con un collasso? «Il popolo cubano rifiuta qualsiasi ruolo della famiglia Castro in una transizione, dopo decenni di repressione e sofferenze, violenza e migliaia di morti. È una ferita ancora più lunga e profonda di quella venezuelana. Il sistema è ancora controllato dal castrismo, con Miguel Díaz-Canel come burattino. In un contesto di grave crisi economica e tensioni internazionali, si ipotizza una transizione negoziata che includa forze democratiche e dissidenti interni al regime. Il CID si presenta come la principale forza di opposizione, forte dell'eredità di Huber Matos e convinta di poter guidare il cambiamento e vincere future elezioni. L'esilio ha un ruolo importante nel sostenere la democratizzazione, ma la responsabilità del cambiamento deve restare ai cubani stessi, senza pretendere che siano gli Stati Uniti a risolvere la situazione. L'autodeterminazione resta dei popoli».<CF203> Esistono ancora, a suo avviso, leader dissidenti credibili, organizzati e capaci di guidare un cambiamento dall'interno dell'isola? «La maggior parte dell'opposizione si è trasferita in esilio, ma a Cuba restano molte persone coraggiose attive. Luis Cino, per esempio, è un giornalista molto coraggioso che da decenni si oppone al regime. L'unica dirigente di un gruppo di opposizione organizzato a livello nazionale a Cuba è la presidente del CID, Laura Labrada Pollán, figlia dell'eroica Laura Pollán». In Europa si sta verificando una convergenza tra settori della sinistra radicale e movimenti islamisti. Riconosce anche lei il rischio di questa convergenza? «La principale sfida per l'Europa resta l'aggressione russa all'Ucraina. Pur esistendo segnali preoccupanti di convergenze tra cause legittime ed estremismi, è fondamentale distinguere tra critica politica e sostegno alla violenza. Il vero rischio è il fanatismo, che storicamente conduce a tragedie. Per questo l'Europa deve difendere con equilibrio democrazia e libertà, evitando sia ingenuità sia polarizzazione. Agli italiani, verso cui i cubani nutrono un forte affetto, l'invito è a rafforzare le istituzioni democratiche e le alleanze tra popoli liberi, auspicando relazioni ancora più solide con una futura Cuba democratica».
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