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La “guerra illegale” dei dem Usa. Ma Clinton e Biden fecero lo stesso
Oggi 03-03-26, 08:58
Gli armadi delle presidenze Obama e Biden sono così pieni di scheletri in relazione al dossier iraniano che gli attuali esponenti Dem avrebbero fatto meglio a esercitare maggiore cautela nel condannare l'operazione lanciata dal presidente Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu contro il regime degli ayatollah. La politica di appeasement inaugurata da Barack Obama e rilanciata da Joe Biden ha consentito a Teheran di proseguire con l'arricchimento dell'uranio, con il suo programma missilistico e la destabilizzazione del Medio Oriente attraverso i suoi proxies. Secondo la politica di «riallineamento» dell'amministrazione Obama, gli Stati Uniti dovevano cercare una normalizzazione con Teheran, allontanandosi dagli alleati storici nella regione, Israele e Arabia Saudita, allo scopo di favorire un equilibrio di potere più stabile che avrebbe reso il Medio Oriente meno dipendente dall'interferenza diretta o dalla protezione Usa. Peccato che l'Iran fosse il principale sponsor del terrorismo e questa politica abbia in realtà incoraggiato la leadership iraniana a escalare le sue attività destabilizzanti, fino a indurla a ritenere che con Biden non avrebbe pagato alcun prezzo per il pogrom del 7 ottobre. Nel suo primo mandato Trump stracciò il disastroso Jcpoa, l'accordo voluto da Obama che metteva solo «in pausa» il programma nucleare iraniano, non prevedendo ispezioni efficaci, né restrizioni al programma missilistico e alle attività di sostegno al terrorismo. Poi però arrivò Biden, che decise di allentare le sanzioni, fino a sbloccare asset iraniani per miliardi di dollari, andati a finanziare la rete del terrore, da Hezbollah ad Hamas. Per non parlare dello scandalo «Malleygate», l'inviato speciale di Obama per l'Iran, Robert Malley, sotto indagine dal 2023 per trattamento improprio di documenti classificati e per i suoi legami con una rete di influenza iraniana negli Usa. Insomma, nonostante l'attuale operazione sia oggi necessaria anche per rimediare ai loro catastrofici errori, i Dem non hanno perso occasione per condannare rumorosamente l'attacco all'Iran, confermando come sia ormai un lontano ricordo la cultura bipartisan in politica estera, travolta da una polarizzazione estrema e dalla sindrome anti-Trump. «Contraria» ad una guerra per il «cambio di regime» in Iran, definita «incoscienza travestita da risolutezza», la ex vicepresidente Kamala Harris. Più acrobatico il governatore della California e probabile prossimo candidato alla presidenza Gavin Newsom, riconoscendo che «il regime iraniano corrotto e repressivo non deve mai possedere armi nucleari», e che «la leadership dell'Iran deve andarsene», ma aggiungendo a scanso di equivoci che ciò «non giustifica una guerra illegale e pericolosa». Questi i «moderati». L'ala radicale del partito è andata oltre. I senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren hanno persino promosso un disegno di legge per impedire al presidente di forzare un cambio di regime a Teheran. La nuova icona del progressismo, il sindaco comunista di New York Zohran Mamdani, ha parlato di «escalation catastrofica» e «guerra di aggressione illegale», evocando inesistenti uccisioni di civili. Guerra «illegale, non necessaria e catastrofica» anche per la deputata Ocasio-Cortez. L'unica voce Dem di buon senso è quella del senatore Fetterman, per il quale l'operazione è «giusta e necessaria». Guerra «illegale», perché non autorizzata dal Congresso, è il comune denominatore. Peccato che da Bill Clinton a Biden, passando per Obama, nemmeno i presidenti Dem abbiano mai chiesto un voto del Congresso prima di lanciare i loro interventi militari, dai Balcani alla Libia.
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