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La repressione degli ayatollah premiata dalle Nazioni Unite
Oggi 13-02-26, 16:06
La Repubblica Islamica dell'Iran è stata eletta, assieme all'Azerbaijan, alla vicepresidenza della 65esima Commissione di Sviluppo Sociale delle Nazioni Unite. L'incarico è stato conferito rispettivamente ad Abbas Tajik e Shahriyar Hajiyev, e la votazione è passata «in assenza di altre nomine e per acclamazione». L'organo in questione è di primaria importanza giacché, in pratica, si occupa di garantire migliori aspettative di vita alle popolazioni in difficoltà e pari possibilità di sviluppo a tutti gli essere umani. Comunque, nulla di nuovo nel Palazzo di Vetro. Già nel novembre 2023, infatti, la stessa Onu aveva assegnato al governo degli ayatollah la presidenza del Forum sui Diritti umani. Anche allora questa scelta era stata uno schiaffo morale nei confronti di tutti quei corpi appesi alle gru dal regime iraniano solo perché dissidenti, omosessuali o presunte spie. Oggi, però, l'ulteriore affronto assume un carattere più amaro perché si muove in un contesto assai peggiore, quello della dura repressione interna del regime che ha mietuto e continua a mietere migliaia di giovani vite desiderose di affrancarsi dal gioco della Sharia. Per intenderci, le stesse vite a cui la Commissione affidata all'Iran dovrebbe invece garantire prosperità e benessere. Tutto è il contrario di tutto. A questo inquietante quadro, che scoraggia i molti sulla credibilità delle Nazioni Unite, se ne aggiunge uno quasi peggiore. Infatti, il Segretario Onu Antonio Guterres ha recentemente inviato all'Iran e al suo presidente Masoud Pezeshkian un messaggio d'augurio in occasione del 47esimo anniversario della Rivoluzione islamica. Un evento storico che ricorda la caduta dell'ultimo scià Reza Pahlavi, l'ascesa al potere degli ayatollah, l'epurazione dei partiti d'opposizione e l'inizio di una longeva e sanguinaria teocrazia del terrore. Il tutto è avvenuto mentre nel paese il regime festeggiava la ricorrenza mostrando i muscoli: missili balistici e da crociera, poi i rottami dei droni israeliani e perfino simboliche bare dei militari americani. Magari per ricordare agli Stati Uniti il male inflitto loro durante la crisi degli ostaggi all'ambasciata di Teheran, nel 1979. La notizia comunque ha fatto tam-tam fra i corridoi delle Nazioni Unite e, interrogato da una giornalista nel merito del messaggio, Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario Onu, ha risposto: «La lettera inviata è una comunicazione standard che viene spedita a ogni Stato membro in occasione della propria festa nazionale e si tratta di una tradizione che dura da decenni». Ogni Stato membro «riceve esattamente la stessa lettera di congratulazioni per la festività nazionale, con l'augurio di ogni bene al popolo di quel Paese». La formalità, si apprende quindi da New York, viene prima di tutto. Anche prima delle vessazioni inflitte al popolo iraniano da parte di un regime che la più alta istituzione internazionale continua a premiare con incarichi prestigiosi. Una diplomazia al contrario.
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