s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
La tv, la Sicilia, la Dc. L'eredità di Pippo Baudo e la fedeltà come destino
Oggi 16-08-26, 09:22
Nel ricordo di Pippo Baudo, a un anno dalla scomparsa, c'è una parola che considerava non negoziabile: fedeltà. Agli amici, ai collaboratori, alla Democrazia Cristiana e, naturalmente, alla sua Sicilia. Dalla fedeltà alla Fede, del resto, il passo non è lungo. Il suo rapporto con Dio fu molto più profondo di quanto apparisse pubblicamente. Una Fede mai esibita, pochissime parole, una devozione particolare per la Madonna e un rapporto quotidiano con la preghiera, che considerava strettamente personale. «Per pregare non servono parole», ripeteva. Sentiva profondamente il tema dell'Eucaristia e aveva seguito con speranza le aperture di Papa Francesco verso i divorziati risposati. E poi c'erano gli amici: una sorta di comunione laica con i collaboratori di sempre e, possibilmente, per sempre. Baudo aveva il garbo di coltivare i rapporti ancora in un modo antico. Valeva per gli amici di una vita, ma anche per i tanti artisti che aveva scoperto, lanciato e accompagnato: da Lorella Cuccarini a Beppe Grillo, da Heather Parisi a Eros Ramazzotti, fino a Laura Pausini e Giorgia, per ricordarne solo alcuni dei moltissimi. Ciò valeva, naturalmente, anche per la politica. Democristiano Baudo lo era sul serio. Antonio Ricci lo definì «il vero segretario occulto della Dc». Era una battuta, ma aveva un fondo di verità perché Pippo non abbandonò mai i valori ideali dello scudo crociato, neanche per convenienza. Anzi, continuò a professarli soprattutto quando non conveniva più, quando la Dc era già finita. Con Giulio Andreotti era un habitué delle serate nella casa di Franco e Sandra Carraro, al Gianicolo, uno di quei luoghi romani dove Pippo coltivava amicizie lontano dalle telecamere. Per i novant'anni di Andreotti si presentò con un'enorme torta sulla quale aveva fatto scrivere: «Cassate siciliane». Un doppio senso che non richiedeva esegesi: il modo baudesco di festeggiare un amico, tra affetto, ironia e Sicilia. Gli avevano proposto più volte di candidarsi in politica. Non accettò mai. «A ognuno il suo mestiere», tagliava corto. Preferiva frequentare la politica senza diventare politico. Alla Dc continuò a restare fedele anche dopo la sua dissoluzione. Con Andreotti e Sergio D'Antoni, leader della Cisl e suo grande amico, tentarono nel 2001 l'avventura del partito Democrazia Europea, che ambiva a raccogliere quella tradizione. Addirittura Pier Ferdinando Casini raccontò di una telefonata ricevuta molti anni dopo. Pippo andò subito al punto: «Bisogna rifare la Democrazia Cristiana». Casini provò a spiegargli che nel frattempo il mondo era cambiato. Ma Baudo diceva sul serio. Anche la sua idea di televisione aveva molto dello spirito democristiano. Quando Enrico Manca, socialista e presidente della Rai, gli rimproverò di fare una televisione troppo «nazional-popolare», Baudo non cercò affatto di smarcarsi. Rivendicò esattamente quello. La Dc, spiegava, era stata capace di tenere insieme pezzi diversissimi della società e la televisione generalista doveva fare altrettanto. Il professore e la casalinga, l'operaio e l'imprenditore, il Nord e il Sud dovevano poter guardare lo stesso programma. Baudo costruiva i suoi varietà quasi come un congresso democristiano: con l'orchestra, il grande cantante accanto all'esordiente, il comico, la soubrette, l'attore importante e il ragazzo sconosciuto al quale aveva deciso di concedere una possibilità. Tutti dentro. Ma amicizia, per lui, significava anche poter stare su fronti opposti. Con Fausto Bertinotti il confronto sfociava inevitabilmente in due vecchie culture politiche contrapposte, democristiana e comunista. Con Andreotti c'era poi una confidenza fatta di piccole cose. Il Presidente gli raccontò una sua ossessione: non sopportava gli uomini che si tingevano i capelli. Tutto nasceva da un suo ricordo infantile, quando durante una cerimonia vaticana aveva visto la tinta di un cardinale scolorire. Baudo ascoltò e, cosa meno scontata, eseguì. Andò dal suo parrucchiere di fiducia, Marcello Montalbano, in via del Babuino, e cominciò la lenta operazione che dal rossiccio lo avrebbe portato al grigio e infine al bianco naturale. Proprio da Montalbano Baudo trascorse parecchie ore con mia madre Vincenzina, anche lei di origine siciliana. Il salone diventò il loro piccolo salotto mondano e tra i due nacque quella familiarità che non ha bisogno di appuntamenti ufficiali. Pippo si affezionava così. Un paio di volte non riuscì a trovarla e chiamò direttamente a casa: «Sono Pippo, non mi far preoccupare». Chi ha conosciuto davvero Baudo lo ritrova forse più in quella telefonata che in cento interviste. C'è un altro episodio che racconta il modo di intendere i rapporti. Durante un'edizione del Festival di Sanremo lo cercò Giorgio Armani. La proposta era di quelle che solitamente nel mondo dello spettacolo si accettano prima ancora di averle ascoltate fino in fondo: dieci completi per la kermesse canora. Pippo disse no. «Non posso, sarebbe come tradire il mio sarto napoletano che mi veste da quarant'anni». E poi c'era Dina, la sua assistente, che lo amò e accudì con un affetto quasi filiale, condividendo con lui non soltanto la quotidianità, ma anche alcuni dei momenti professionalmente più difficili. Come quando, negli anni Duemila, tornò in Rai, su Rai Tre, con un programma pomeridiano. Un ritorno mesto, che però gli aprì una nuova stagione di successi culminata con Novecento, in prima serata su Rai Uno. All'inizio, a Rai Tre non gli assegnarono neppure uno studio. Doveva arrangiarsi in uno spazio accanto al telegiornale e registrare cinque puntate una dopo l'altra, con cinque cambi d'abito. Dina preparava con cura i vestiti e li trasportava in automobile fino a via Teulada. Un piccolo aneddoto che dimostra la dedizione e l'affetto con cui gli rimase accanto anche quando i riflettori erano meno luminosi. Baudo non amava lasciare irrisolte neppure le vecchie amicizie. Con Biagio Agnes, uno degli uomini più potenti della storia della televisione pubblica, il rapporto si era incrinato dopo il poco fortunato passaggio di Pippo a Mediaset. La riconciliazione arrivò in casa Carraro. A togliere tutti dall'imbarazzo ci pensò Katia Ricciarelli, che cominciò a cantare canzoni napoletane. Le cantò così bene che Agnes, il granitico "Biagione" si commosse. A quel punto Pippo e Biagio tornarono a parlarsi. Niente vertici, intermediari o dichiarazioni solenni. E poi c'era una fedeltà incondizionata, quella verso Pippo, il suo pastore tedesco. Quando il cane era ormai molto vecchio, il veterinario gli consigliò di farlo addormentare per sempre. Baudo, solitamente conciliante, fu irremovibile: «No. Il mio Pippo morirà accanto a me, nella mia casa di Morlupo». Ma per comprendere fino in fondo Baudo bisogna tornare in Sicilia. Non alla Sicilia delle cartoline, ma a Militello in Val di Catania. «Per me è un grande onore che il mio nome si colleghi a Militello», diceva. Quel legame non venne mai meno. Era un'appartenenza profonda, custodita fino alla fine, tanto che anche nel suo testamento volle ricordare le tre chiese del paese. E, quando poteva, non mancava alle feste più importanti, soprattutto a quella mariana di ottobre, alla quale negli ultimi anni assisteva da un balcone accanto alla chiesa principale. Perché, per Baudo, la fedeltà era soprattutto questo. Non dimenticare. E noi, Pippo, non ti abbiamo dimenticato.
CONTINUA A LEGGERE
11
0
0
Il Tempo
09:00
Sorsi di Benessere - Una merenda sana e gustosa
Il Tempo
08:39
