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“Trump amico di Putin”. Crolla l'ultima bufala a sinistra: sta smontando la rete globale russa
Oggi 03-03-26, 09:30
Ho cercato disperatamente: ma non ho trovato nulla. Allora mi sono rivolto all'intelligenza artificiale, ma è andata buca pure a lei. Un po' ci speravo, in verità. Invece niente, zero carbonella. Ho cercato compulsivamente traccia di un minimo di «redenzione» politica da parte di tutti quelli (tanti, tantissimi) che hanno sproloquiato di un Donald Trump «al servizio» di Vladimir Putin, rovesciando migliaia di parole sul tema, quelli che da oltre un anno si cimentano in una narrazione martellante, scandita da dichiarazioni sempre più aggressive. Nicola Fratoianni ha parlato in Aula di Trump e Putin come «due amici» intenti a costruire una «pace degli affari». Angelo Bonelli ha intimato a Giorgia Meloni di scegliere «con Putin e Trump o con l'Europa». Elly Schlein ha denunciato il rischio di lasciare la guerra alle «telefonate tra Trump e Putin». Peppe Provenzano ha evocato addirittura la fine dell'ordine internazionale basato sulle regole. Riccardo Magi ha tagliato corto: «Di Trump e Putin non ci fidiamo». E c'è chi, sempre a sinistra, è arrivato a sostenere che Trump si «stenderebbe» davanti al leader russo. Parole durissime. Ma completamente scollegate da ciò che sta accadendo nel mondo reale. Se Trump fosse davvero l'amico di Putin, qualcuno dovrebbe spiegare perché Washington stia colpendo uno dopo l'altro i principali alleati strategici della Russia. Il Venezuela ha visto arrestato in tre ore di blitz il suo «leader maximo», il ciarliero Nicolas Maduro ora rinchiuso in carcere a New York. Cuba conosce una crisi energetica spaventosa, figlia della insensata dipendenza proprio dal Venezuela: così vacilla ogni giorno sempre più. In Medio Oriente Siria e Libano hanno cambiato faccia. E soprattutto l'Iran - cioè il pilastro militare della proiezione russa nella regione - è oggi al centro di una escalation militare che sta devastando l'orrendo regime degli straccioni in tunica nera, chiamati ayatollah per dar loro un tono (che non meritano). E allora qui crolla tutta la costruzione propagandistica di cui sopra. Teheran non è soltanto un regime ostile all'Occidente: è anche il principale fornitore dei droni con cui Mosca bombarda l'Ucraina. Senza i sistemi iraniani, l'offensiva russa sarebbe molto più debole. Colpire l'Iran significa colpire direttamente la capacità bellica di Putin. Altro che complicità. Lo stesso vale per Hezbollah e per la rete di milizie sciite che consentono a Teheran - e quindi anche a Mosca- di esercitare influenza nel Mediterraneo, per non parlare della Siria di Assad e dell'unico porto concesso per decenni alla Marina russa (Tartus). Ogni pressione americana da quelle parti riduce lo spazio strategico del Cremlino. È geopolitica elementare, non ideologia. Naturalmente Washington e Mosca continuano a parlarsi. Le superpotenze lo fanno sempre, perfino nei momenti più tesi (tipo Guerra fredda, qualcuno ricorderà il mitico «Telefono Rosso»). Ma il dialogo non è amicizia, negoziare non significa condividere obiettivi. Confondere le due cose è comodo per la polemica politica, ma devastante per l'analisi seria. In realtà la formula «Trump amico di Putin» serve soprattutto a uso interno, italiano ed europeo. Serve ad attaccare l'inquilino della Casa Bianca, a dipingerlo come un pericolo e, soprattutto, a evitare una domanda molto più scomoda: cosa succede se gli Stati Uniti difendono i propri interessi senza chiedere il permesso a Bruxelles? Il punto vero è proprio questo. Trump non è l'uomo di Putin. È l'uomo dell'America. E un'America che colpisce Iran, Hezbollah, Siria, Venezuela e - domani- Cuba non sta facendo un favore alla Russia. Sta riducendo, pezzo dopo pezzo, la rete globale su cui Mosca ha costruito la propria influenza. Riescono a capirlo a sinistra o serve un disegnino?
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