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Meloni stronca Bonaccini: «Porti rispetto agli elettori»
Oggi 29-08-26, 08:00
Stefano Bonaccini ritiene che mezzo Paese, ovvero quello che, alle ultime politiche, ha scelto quest'esecutivo, sia poco edotto. L'ex governatore, in una video-intervista rilasciata a Nicola Seppone di Igv, poi diventata virale, evidenzia come il consenso «alla Le Pen, quello in Italia a Meloni, prima a Salvini e ora forse a Vannacci» veda in maniera maggioritaria «chi ha poco studiato, chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città, chi sta peggio economicamente». Uno scivolone che non passa inosservato all'opinione pubblica e, in modo particolare, a chi è il volto di quella maggioranza ritenuta poco “istruita”. «In un'illuminata lezione – scrive in un post la premier, Giorgia Meloni – il presidente del Pd – ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco. L'abbiamo già sentita. Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare». La prima donna di Palazzo Chigi consiglia, dunque, al dirigente di prendere in considerazione un'ipotesi più semplice: coloro che vengono attaccati senza motivo, «indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra». Hanno visto, a suo dire, «città meno sicure, confini senza controllo, periferie dimenticate e lezioni di morale impartite da chi pretende di spiegare agli altri come devono vivere e pensare». Ecco perché i nostri concittadini preferiscono chi non gli chieda «quanti titoli di studio abbiano prima di ascoltarli». Alla base ci sarebbe esclusivamente il “rispetto”, tema su cui certi progressisti, «nonostante le molte sconfitte», non avrebbero «ancora studiato abbastanza». Non basta, pertanto, la giustificazione dello stesso Bonaccini, che spiega come, con quella «frase estrapolata dalla destra», volesse solo esortare il suo partito a «essere più popolare» per placare gli animi. Dal Guardasigilli, Carlo Nordio, che lo accusa di avere «le idee confuse», fino al ministro per gli Affari Ue, Tommaso Foti, che parla di «salotti radical chic per compiacersi del proprio status», più di qualcuno, nel primo partito di maggioranza, critica un'uscita infelice. Durissime le note di Ruspandini, Montaruli, Almici, Pietrella, Frijia, Dondi e Cerreto. Posizione su cui si ritrova anche il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, che parla di «offesa agli elettori e ai cittadini italiani che in maggioranza hanno votato per il centrodestra». Il vicepremier non crede che «per avere il diritto di voto si debbano avere cinque lauree». Non lo convince, infatti, quel modus operandi per cui i progressisti decidano «chi è colto, intelligente, onesto, bravo e capace». Motivo per cui chiude la sua convention, a Fasano, definendo l'europarlamentare progressista «poverino». La reazione della Lega, invece, può essere sintetizzata in una sola parola: «Vergognati». Il generale Roberto Vannacci, poi, accusa il campo largo di aver dimenticato il proprio popolo: «Quando quest'ultimo non la vota più, lo guarda dall'alto in basso. Noi, al contrario, la gente la ascoltiamo, la rispettiamo e la rappresentiamo». Un tam tam di affondi e accuse a cui non ci stanno i dem. Tutto il Pd, a eccezione di pochi, si stringe intorno al proprio presidente. Silenzio, invece, da parte di pentastellati e AvS, a dimostrazione di come la coalizione non sia così unita come qualcuno millanta.
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