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Paesi del Golfo sotto attacco: difese aeree reggono, ma per quanto? Il serio rischio
Oggi 03-03-26, 14:05
I paesi arabi del Golfo sotto attacco da parte dell'Iran stanno reggendo l'urto, ma il vero nodo potrebbe emergere se il conflitto dovesse protrarsi. Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein hanno finora limitato i danni grazie a sofisticati sistemi di difesa aerea acquistati soprattutto dagli Stati Uniti, come i Patriot e i Thaad. Si tratta di apparati che intercettano i vettori nemici attraverso radar avanzati e lanciano missili per distruggerli in volo prima che raggiungano gli obiettivi. Il problema è che ogni missile iraniano richiede spesso due, talvolta tre intercettori per essere neutralizzato. In una guerra di logoramento, questo squilibrio può diventare decisivo: se Teheran dispone di una riserva più ampia di ordigni offensivi rispetto alle scorte difensive dei Paesi del Golfo, il rischio è quello di ritrovarsi progressivamente scoperti. Secondo stime riportate dal Wall Street Journal, l'Iran avrebbe a disposizione circa 2.000 missili in grado di colpire l'area del Golfo. Le cifre sulle scorte di intercettori sono meno trasparenti: si ipotizza che gli Emirati ne abbiano circa un migliaio, il Kuwait intorno a 500 e il Bahrein meno di 100. Gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza militare nella regione spostando ulteriori batterie di difesa, ma resta il fattore economico e strategico: ogni intercettore costa milioni di dollari. I governi della regione confidano anche nell'azione preventiva delle aviazioni statunitense e israeliana, con l'obiettivo di individuare e distruggere le rampe di lancio prima che entrino in funzione. Ma neutralizzare tutte le postazioni mobili in tempi rapidi è un'impresa complessa, soprattutto in uno scenario di attacchi ripetuti e distribuiti. A complicare ulteriormente il quadro c'è l'impiego massiccio dei droni Shahed, velivoli kamikaze caricati con esplosivo che si abbattono direttamente sui bersagli. Più piccoli, più lenti e con traiettorie meno prevedibili rispetto ai missili balistici, risultano anche più difficili da intercettare. Sono stati proprio questi droni a provocare finora i danni più visibili, colpendo infrastrutture civili e strategiche come il porto di Jebel Ali negli Emirati e una raffineria in Arabia Saudita. A differenza dell'Ucraina, che ha organizzato squadre mobili dedicate alla caccia ai droni con mitragliatrici e mezzi leggeri, i Paesi del Golfo stanno utilizzando gli stessi sistemi pensati per i missili, con un evidente squilibrio: per abbattere un drone che costa poche migliaia di dollari si impiegano intercettori da milioni, peraltro con percentuali di successo non sempre elevate. Se l'Iran dispone davvero di decine di migliaia di questi velivoli, come ipotizzato da alcune analisi, la pressione sulle difese del Golfo potrebbe diventare insostenibile. In uno scenario di guerra prolungata, le monarchie della regione potrebbero essere costrette a rivedere la propria strategia, proteggendo in modo selettivo solo gli obiettivi più sensibili e accettando il rischio che parte degli attacchi riesca a superare lo scudo difensivo.
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