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Renzi teme una “Liguria bis” e l'esclusione. Rapporti tesi pure col Pd
Oggi 25-06-26, 11:38
Il “ritorno al futuro” del campo largo deve necessariamente partire dalla Liguria. Era l'estate di due anni fa quando, dopo una lunga e tortuosa vicenda giudiziaria, si dimise il governatore Giovanni Toti. Dal giorno dopo il Pd si sentì la vittoria in tasca: «La Regione sarà nostra», esclamavano al Nazareno, tra esibizioni di manette e tappi di champagne. La vittima sacrificale di allora fu l'ex ministro Andrea Orlando, l'attaccante mandato a tirare un calcio di rigore a porta vuota. In quelle settimane Matteo Renzi decise il suo grande passo: «Darò una mano a Elly Schlein anche in Liguria». L'annuncio del leader di Italia Viva fu accolto da un vero e proprio psicodramma: la sinistra genovese passò velocemente dal mugugno all'insulto. Militanti, dirigenti e professionisti dell'indignazione si mobilitarono come se il senatore fiorentino avesse annunciato uno sbarco ostile nel porto di Genova. Nel frattempo, il Fatto Quotidiano avviò una campagna di interdizione preventiva: articoli, commenti, retroscena e ammonimenti. L'obiettivo era chiaro: fermare sul nascere qualsiasi tentativo di alleanza. Alla fine il colpo ferale arrivò da Giuseppe Conte, a pochi giorni dalla presentazione delle liste: «Non c'è posto per l'ex rottamatore». Ventiquattro mesi dopo, la “maledizione” del campo largo si ripresenta con le stesse modalità. E con gli stessi attori che hanno calcato la scena nella città della Lanterna. Ieri sul tema si è cimentato il co-leader di Avs Angelo Bonelli, che fu uno dei più attivi anche durante la “battuta” nei carruggi. Dice Bonelli: «Renzi ha spiegato che il suo compito è portare a votare il suo elettorato che detesta me, Conte, Fratoianni». Poi la bacchettata: «Se pensiamo di costruire un'alleanza basata su questi presupposti, dico: «Fermiamoci, perché per noi l'elemento della coerenza, della passione e dei valori è fondamentale». Il messaggio è chiarissimo: «Vogliamo costruire un programma coerente per governare cinque anni, non vogliamo trovarci dopo un anno a cambiare governo». Insomma, totale sintonia con i dubbi di Giuseppe Conte: vade retro. Il clima, naturalmente, ha fatto precipitare gli umori dalle parti di Italia Viva, che per la prima volta dopo mesi mette in discussione il Pd, accusato, neppure troppo velatamente, di non mettere in riga gli alleati. Quello che successe in Liguria, quando il niet del M5S provocò un'alzata di spalle del Nazareno: «Vinceremo anche senza di lui». A testimoniare la tensione, martedì bastava leggere il tweet del renzianissimo Ivan Scalfarotto. Scrive il senatore: «Da leggere l'editoriale del Fatto: Marco Travaglio attacca duramente Obama. Compagni del Pd, qualcuno reagisce o vi fate dettare la linea dal direttore del Fatto Quotidiano?». L'altra mina che rischia di far saltare definitivamente i nervi all'ex presidente del Consiglio fiorentino si chiama Alessandro Onorato. Il progetto civico dell'assessore capitolino ha due padri putativi: Goffredo Bettini e il camaleonte di Volturara Appula. L'accordo in vista con Più Europa e il PSI sarebbe la trappola perfetta per imbrigliare il fantasista di Palazzo Madama. E proprio Bettini, ieri, in un'intervista a La Stampa, è tornato a mettere il dìto nella piaga: «Renzi non basta. Ci sono tante altre energie al di là del nucleo già consolidato di Cinque Stelle, Avs e Pd. Ci sono Ruffini, Maraio, Magi, Onorato e tanti altri». Come dire: stiamo preparando un fritto misto. Il prequel in riva al Mar Tirreno finì in un disastro: l'alleanza di sinistra si arenò su uno scoglio e Marco Bucci, lo sfidante di centrodestra, festeggiò la vittoria. Lo stesso copione che caratterizza il sequel: sgambetti, veti incrociati e scomuniche. Il Titanic del campo largo.
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