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Scarpinato scrive a Il Tempo: «Mafia e appalti mai archiviata». La nostra risposta: cosa manca e le gravi questioni aperte
Oggi 27-07-26, 09:00
La lettera di Roberto Scarpinato Egregio direttore, la pubblicazione in prima pagina di un suo editoriale di scuse per un articolo nel quale era stata affermata la circostanza falsa che avrei condiviso nelle mie conversazioni con il dott. Natoli parole offensive nei confronti dei familiari di Paolo Borsellino, è gesto che apprezzo e che mi ha indotto a revocare il mandato ai miei avvocati di procedere per le vie legali. Raccolgo il suo invito a rispondere alle domande poste nell'editoriale, ma ricordo che per due volte mi sono sottoposto al fuoco di fila di domande analoghe in trasmissioni televisive e che le stesse precisazioni le ho riportate in comunicati stampa, articoli e interviste che la sua redazione non può non conoscere. Dopo il mio pensionamento da magistrato, ho proseguito a coltivare frequentazioni e scambi di opinioni con vari colleghi, tra i quali anche Natoli, al quale sono rimasto legato da un più che trentennale rapporto di colleganza ed amicizia. Che le mie conversazioni con Natoli fossero consuetudinarie e non siano iniziate in occasione dell'inizio dei lavori della Commissione Antimafia sulla pista mafia-appalti, è dimostrato dal fatto che sono state intercettate già molti mesi prima dell'inizio dei lavori, mentre parlavamo dei più svariati argomenti, tra questi a titolo di esempio cito questioni strettamente attinenti alla mia nuova attività di parlamentare totalmente estranei al tema dei lavori della Commissione, come miei commenti fortemente critici sul caso Cospito, iniziative politiche che avevo intenzione di porre in essere con le forze di minoranza per la nomina del nuovo presidente della Commissione antimafia, i rapporti risalenti agli anni Settanta tra mafia, destra eversiva e servizi segreti, manovre occulte di alcuni condannati per le stragi per accedere, tramite favoritismi, a benefici penitenziari. Tutte queste conversazioni protrattesi nel tempo, come altre di carattere strettamente personale, talune riguardanti i nostri figli, ed anche altre mie conversazioni con altri magistrati mai indagati, sono state ascoltate, trascritte e trasmesse ai 50 componenti della Commissione senza alcuna autorizzazione preventiva e successiva. Ciò in base al singolare principio sostenuto dalla Procura di Caltanissetta, ed applicato per la prima volta nella storia repubblicana nei confronti della mia persona con l'entusiastico consenso della maggioranza della Giunta del Senato contro il parere del relatore, secondo cui le Procure della Repubblica non sarebbero tenute a osservare né l'art. 268 del codice di procedura penale, che vieta la trascrizioni di conversazioni non attinenti alle indagini, né l'art 68 della Costituzione a tutela dell'indipendenza e libertà del potere legislativo da abusi o indebite ingerenze da parte del potere giudiziario, qualora, come nel caso che mi riguarda, la Procura di tali intercettazioni penalmente irrilevanti non intenda fare uso processuale per fini di giustizia, ma uso extraprocessuale, cioè per finalità discrezionalmente individuate. Mai mi sono opposto all'utilizzazione nel processo di intercettazioni che fossero rilevanti ai fini di giustizia, proprio il contrario di quanto fatto dalla maggioranza con le chat tra Delmastro e Caroccia. Nelle mie conversazioni intercettate sia con Natoli che con altri magistrati, abbiamo anche commentato le visite di Mori alla presidente Colosimo, i suoi pubblici proclami di vendetta nei confronti dei magistrati della Procura di Palermo che lo avevano processato, il rifiuto della Presidente Colosimo di indagini conoscitive su altre piste pure specificamente indicate, pronosticando che, dunque, i lavori sarebbero stati politicamente orientati in modo univoco, e che l'unico modo per fare emergere la verità sarebbe stato produrre documenti inoppugnabili e citare come persone da audire tutti i magistrati che avevano gestito le indagini mafia-appalti. Quando, nel corso di una audizione, l'avvocato Trizzino ha sostenuto che Natoli aveva indebitamente archiviato un procedimento penale di cui io non mi sono mai occupato e che non faceva parte dell'indagine mafia-appalti (contrariamente a quanto affermato a più riprese da diversi soggetti), Natoli mi ha comunicato la sua volontà di essere audito dalla Commissione antimafia su tale specifica vicenda per difendere la propria reputazione, anticipandomi i contenuti dei documenti che aveva acquisito. Di questa sua intenzione e del rapporto di amicizia che a lui mi legava, ho riferito personalmente alla Presidente Colosimo nel corso di una conversazione nel suo studio avvenuta il 12 ottobre 2023 dalle ore 11,30 alle ore 12 circa. Come risulta dal resoconto stenografico dell'audizione di Natoli, su questo tema specifico, non ho formulato alcuna domanda. Poiché ritenevo rilevante che Natoli riferisse anche altre e diverse circostanze da lui già riferite come testimone in pubblici dibattimenti (timori espressi da Borsellino nei confronti di Contrada, vicenda Mutolo–Borsellino), nonché la circostanza della sua personale partecipazione all'assemblea della Procura di Palermo del 14 luglio 1992 di cui mi aveva parlato nelle nostre precedenti conversazioni, gli ho anticipato che su tali argomenti gli avrei fatto delle domande, atteso che di tali argomenti non avrebbe potuto parlare sua sponte in assenza di specifiche domande, essendo estranei al tema per il quale aveva chiesto di essere audito. È incontestabile che rientra nei poteri-doveri dei parlamentari sollecitare auditi a riferire alle commissioni circostanze a loro conoscenza rispondenti al vero e di rilievo pubblico. L'inchiesta mafia-appalti non è mai stata archiviata, continuare ad affermare una falsità non fa di essa una verità. Rimase apertissima anche nel luglio ‘92 e dopo quella data con una intensa attività di indagine che portò a numerosi nuovi arresti già nei mesi immediatamente successivi. Via via che le prove venivano acquisite in un contesto caratterizzato, a differenza che a Milano per Mani Pulite, da una totale omertà degli imprenditori timorosi non solo delle ritorsioni dei mafiosi ma anche di esporsi al pericolo della confisca delle loro aziende ammettendo qualsiasi rapporto con la mafia, ha portato ad importantissimi esiti giudiziari con centinaia di arresti, condanne, richieste di autorizzazioni a procedere, sequestri e confische di ingentissimi patrimoni. Nell'assemblea di ufficio del 14 luglio 1992 si parlò, dunque, dell'archiviazione non della inchiesta ma solo della posizione di alcuni indagati per i quali a quella data le prove non erano sufficienti e che furono arrestati pochi mesi dopo a seguito delle dichiarazioni sopravvenute e riscontrate di nuovi collaboratori di giustizia, giacché, come è noto, le archiviazioni sono provvedimenti revocabili in qualsiasi momento. In pubblici dibattimenti, deponendo come teste sotto giuramento, il dottor Lo Forte ha ribadito di avere parlato espressamente di tale archiviazione nel corso dell'assemblea del 14 luglio e la circostanza è stata confermata sia dinanzi alla Commissione antimafia che dinanzi alla Procura di Caltanissetta dal dott. Luigi Patronaggio, pure lui presente il 14 luglio. Né l'uno né l'altro sono stati mai indagati per falsa testimonianza, mentre, di contro, nessuno ha mai dichiarato, deponendo come teste, che in quell'assemblea di tale archiviazione parziale non si parlò. Del resto convocare appositamente tutti i magistrati della Procura a ridosso delle ferie sul tema dell'inchiesta mafia-appalti invitandoli a porre domande al riguardo, appare comportamento davvero singolare e suicida per chi avesse avuto intenzione di celare qualcosa. Con il caldo torrido del luglio palermitano, tutti sarebbero stati ben felici se l'assemblea fosse stata rimandata a dopo le ferie. La risposta del direttore Daniele Capezzone Ringrazio il senatore Scarpinato per questa sua lettera. Il Tempo, come ho subito comunicato a chi me la trasmetteva, non ha alcuna difficoltà a pubblicarla e a farlo integralmente, senza tagliare una sola riga. Ci mancherebbe altro. È il nostro stile e il nostro spirito indefettibilmente liberale. Spiace tuttavia che, pur in un testo così ampio, la ricostruzione dell'ex magistrato rimanga a nostro avviso in una zona d'ombra e dunque non sia convincente sui punti qualificanti della faccenda. 1. È oggettivamente anomalo (e direi indifendibile) che un parlamentare in carica, membro di una Commissione, intrattenga telefonate con un ex collega preparando di fatto l'audizione dell'altra persona presso l'organismo parlamentare di cui egli è membro. Che poi, prima o dopo, parlassero anche di altri temi o dei loro figli, è irrilevante. Ciò che rileva sono le conversazioni "preparatorie" dell'audizione. Primo clamoroso conflitto di interessi. 2. È oggettivamente anomalo che un protagonista (discusso, ce lo consentirà il senatore Scarpinato) del "trattamento" dell'inchiesta su mafia e appalti sieda nell'organismo parlamentare chiamato a far luce anche su quella vicenda. Secondo clamoroso conflitto di interessi. 3. È oggettivamente anomalo che il senatore Scarpinato non si sia ancora dimesso (magari tecnicamente, per il tempo necessario a essere audito) per consentire alla Commissione di audirlo. Terzo clamoroso conflitto di interessi. 4. È (ce lo consentirà) francamente irricevibile l'argomento secondo cui sull'inchiesta "mafia e appalti", dopo l'assassinio di Paolo Borsellino, si sia fatto tanto in sede giudiziaria. È sotto gli occhi di chiunque il divario tra ciò che si sarebbe potuto fare e il poco (direi il minimo sindacale) che si è fatto. Con oggettivo sollievo per molti: criminali della mafia, politici corrotti, imprese corruttrici, e salvando anche le compromissioni "rosse" (politiche e nel mondo cooperativo). 5. Quanto alle intercettazioni riguardanti anche il senatore Scarpinato, il parlamentare grillino ha sollevato un ricorso davanti alla Corte Costituzionale, che lo ha giudicato inammissibile. 6. Come si spiega il fatto che, la domenica stessa in cui Paolo Borsellino fu assassinato (19 luglio, cinque giorni dopo la riunione in Procura del 14), il procuratore Giammanco lo chiamò (quanta sollecitudine, non poteva aspettare il giorno successivo?) per affidargli l'inchiesta? 7. E uno come Borsellino si sarebbe forse fatto affidare un'inchiesta monca? Avrebbe mai accettato se avesse saputo che già gravava su parte importante dell'indagine una richiesta di archiviazione? 8. E come mai nessuno pose queste domande al dottor Giammanco fino alla sua morte, avvenuta nel febbraio del 2018, cioè 26 anni dopo il 1992? 9. Ancora: prima delle richieste di archiviazione (parziali o meno che fossero), non sarebbe stata opportuna una riunione con i carabinieri per valutare eventuali approfondimenti o supplementi di indagine (magari ai fini di evitare l'archiviazione), anche considerando l'interesse manifestato dal dottor Borsellino per quella indagine? Nemmeno la morte di Borsellino suggerì che il dossier mafia e appalti meritasse un aumento di attenzione? Perché non si ritenne di approfondire le indicazioni dei Ros sui rapporti tra la Calcestruzzi e i Buscemi? la possibilità di ottenere la collaborazione di Vito Ciancimino? La mia opinione è che un certo tipo di "antimafia" si fosse affezionato al racconto di comodo propagato e propagandato per anni in tv e sui giornali: contro i Ros, contro Mario Mori, contro Donadio, eccetera. E che ora ci sia molto nervosismo per il fatto che — finalmente — si stiano accendendo i riflettori su quell'indagine mafia e appalti che certuni avevano desiderio di seppellire nell'oblio, non solo giudiziariamente. Diciamocelo francamente. Davanti alla metà (anzi, alla metà della metà) di queste circostanze, se mai avessero riguardato uno o più parlamentari o partiti di centrodestra, cosa sarebbe successo? Lo sappiamo tutti: un pandemonio. Almeno otto puntate di Report (non sapremmo dire se anche con consulenza di Lavitola), dirette tv a reti unificate (tipo Garlasco), giornali scatenati e fiammeggianti, parlamentari di sinistra appesi ai lampadari di Montecitorio e Palazzo Madama per urlare e protestare, accuse di golpe. E invece stavolta? Shhh, gran silenzio, tranne Il Tempo. Una ragione di più per pubblicare correttamente la lettera del senatore Scarpinato. Ma anche per proseguire con ancora più convinzione la nostra battaglia per la verità.
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