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SÌ può fare. Arianna Meloni: "Orgogliosi del lavoro fatto ma non si vota sul governo"
Ieri 20-03-26, 07:57
Per valutare il governo ci saranno le politiche del 2027. Non utilizza giri di parole Arianna Meloni. La responsabile nazionale della segreteria della FdI, nella sua Roma, in un Palazzo dei Congressi gremito, chiarisce come la riforma della giustizia, pur essendo un «fatto storico», un qualcosa che «gli italiani aspettano da oltre trenta anni» sia solo un «tassello» del programma del centrodestra. Ribadisce, dunque, il proprio «orgoglio» per un percorso ricco di riforme sostanziali. «Non oso immaginare – dice – se non ci fosse Giorgia alla guida in un momento così complesso». La storica militante raccontale tappe di un rapporto con la gente, «costruito giorno dopo giorno». Basta, d'altronde, farsi un giro tra le poltroncine della sala per notarlo. «La nostra – spiega – è la politica della militanza, del coraggio, della coerenza che non abbiamo tradito e delle idee che sono diventate azione». Chi ha cominciato a fare politica perché non poteva sopportare le immagini di via Capaci e via D'Amelio, quindi, non può sottrarsi a un cambiamento che rende «la magistratura libera». L'appello è a smettere di credere a chi sostiene che si voglia togliere potere ai giudici. «È una bugia», chiarisce Meloni. A smentire le «fake news» tutta la classe dirigente di FdI. Alla chiusura della campagna per il “Sì” c'è l'intera filiera di partito: Marco Perissa (presidente di FdI Roma), Paolo Trancassini (presidente di FdI Lazio), Francesco Rocca (presidente della Regione Lazio) e Fabio Rampelliv (vicepresidente della Camera). La priorità comune è smascherare le tesi di chi agisce solo per mera convenienza politica. Ecco perché nel dibattito, moderato da Daniele Capezzone, direttore del Tempo, partendo da quelli che «i migliori argomenti degli avversari», si prova a smentire, punto per punto, quanto sostenuto da chi si oppone solo per ragioni di appartenenza. Nicolò Zanon, presidente del comitato Sì Riforma, ad esempio, spiega come tra le priorità del lavoro di Nordio ci sia proprio «rendere liberi quei magistrati seri e bravi che lavorano in silenzio e che non si vogliono genuflettere ai vari correntocrati». Cesare Placanica, già presidente della Camera Penale di Roma, poi, sottolinea come tale modifica possa dare «tranquillità a ogni cittadino», a chi si sente minacciato dai cosiddetti «procuratori d'assalto». Tutti in piedi, poi, quando Antonio Di Pietro entra nel merito di un qualcosa che serve all'intera collettività e per cui non dovrebbero esserci distinzioni partitiche. «Quando ero nel secondo governo Prodi–sottolinea il pm di Mani Pulite–l'avevamo già approvata alla Camera la separazione delle carriere. Parliamo di una regola che aspettiamo da quaranta anni». Una vera e propria standing ovation quando l'ex leader dell'Italia dei Valori, guardando il generale Mario Mori, «ovvero chi ha pagato le conseguenze di una narrazione sbagliata», chiede a chi è alla guida del Paese di fare luce sulle stragi di mafia: «Per trent'anni – evidenzia – ci hanno detto che ci sono state le trame nere, che c'era la trattativa. È tempo di riscrivere quella pagina e sono contento perché c'è una presidente che sta cercando di farlo». Non a caso, dopo di lui, interviene Chiara Colosimo, presidente della commissione Antimafia e organizzatrice della kermesse capitolina. «Facile per me – sostiene – votare Sì perché di là c'è Scarpinato». Detto ciò, chiarisce come il suo partito ha voluto questa riforma soprattutto «per amore del suo popolo» e perché «la terzietà del giudice sia una garanzia». Solo in questo modo sarà fatta «chiarezza sui ruoli». In particolare sull'Alta Corte evidenzia come sia «un principio di decontaminazione funzionale sapere che chi si occupa delle promozioni non sia lo stesso che effettuerà anche i provvedimenti disciplinari». Chi smonta, in modo magistrale, tutte le balle della sinistra è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. «Se votate No – dice, rivolgendosi alle opposizioni–il 23 sera resterete fregati due volte. La prima perché il governo resta, la seconda perché non avrete la riforma a cui intimamente, e in passato esclusivamente, avete aderito». Il messaggio è a chi ha promesso “rese dei conti”: «Spero –conclude-che non si realizzino, ma qualunque sarà il risultato qualcosa accadrà a sinistra perché chi calpesta la storia verrà chiamato dai suoi, prima o poi, a pagare il conto». Tutti sanno, infatti, che la «Costituzione non è un oggetto da museo, ma un documento vivo».
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