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Tregua, ma non è andata bene
Oggi 25-05-26, 07:20
Se, in questo cupo finale di primavera, cerchiamo una buona notizia, allora accontentiamoci della speranza di tregua tra Usa e Iran. Un accordo (anche se ancora nebuloso) c'è stato, lo stretto di Hormuz sarà riaperto (vedremo a quali condizioni), il prezzo del petrolio non impazzirà, e così anche - per noi - quello di benzina e diesel. Riconquisteremo uno stato psicologico meno ansioso, e la parola «guerra» comparirà un po' meno in tv e sui giornali. Non solo. Se vogliamo proseguire sul sentiero dell'ottimismo, si è saldato il rapporto tra Trump e i paesi del Golfo riaggrediti dall'Iran, e Teheran ha dovuto constatare un notevole grado di isolamento. Ma le ragioni dell'ottimismo finiscono qua. Che senso ha avuto, per Trump, lanciarsi in un'offensiva militare lasciando il lavoro a metà? Anzi, peggio: avendo ottenuto una netta vittoria sul campo che però non è stato in grado di capitalizzare a tavolino? Si dirà che il vero metro di giudizio sarà rappresentato dalla sorte del progetto nucleare iraniano: se verrà davvero fermato nei prossimi 60 giorni, il gioco sarà valso la candela. Ma se invece si resterà in un limbo, e invece con un fiume di denaro sbloccato a favore del regime, ci ritroveremo nella logica sbagliata dei tempi di Obama e Biden. La realtà è che al regime sono stati inflitti colpi durissimi (bene), un'intera filiera della leadership degli ayatollah è stata eliminata (di nuovo bene), ma il sistema della teocrazia è ancora lì, anche se ammaccato. Si tratta di capire (come temo) se sarà piano piano in grado di ricostruire la sua rete di proxy del terrore, e se continuerà (questo è certo) a opprimere il suo popolo. E qui sta il punto più doloroso: la grande speranza, un'altra volta delusa, delle donne e degli uomini iraniani. Trump aveva alternato due registri: come risultato massimo, la liberazione degli iraniani; come risultato intermedio, l'indebolimento del regime e lo stop al programma nucleare. Vedremo se almeno il secondo livello di obiettivi sarà effettivamente sfiorato o centrato. Vale lo stesso per Israele. Ben Gvir fa più danni della grandine, ma è inaccettabile che sia in pieno corso, in Occidente, una campagna anti-israeliana (non di rado, anche antisemita) senza precedenti dalla metà del secolo scorso. Che si fa? Anche gli Usa mollano Gerusalemme al suo destino? Poi non ci si sorprenda se dentro Israele prevarranno spinte alla durezza, a farsi carico in autonomia del dovere di garantire il proprio diritto all'esistenza. Su questo giornale abbiamo criticato (e lo rivendico) la viltà delle diplomazie del nostro continente, il loro antitrumpismo ossessivo, i loro inchini a Teheran (come nei mesi precedenti ad Hamas). Su Hormuz ci si sarebbe dovuti muovere prima e meglio al fianco di Washington. Ma resta il fatto (e qui le colpe stanno sul groppone di Trump) che lui ha iniziato le operazioni militari per conto suo, e lui ha concluso tutto altrettanto per conto suo. Non ha spiegato bene le sue ragioni allora (e ne aveva, a partire dall'obiettivo di evitare che gli ayatollah possedessero la bomba atomica), e non le ha chiarite nemmeno ora. Non c'è da stupirsi se il resto del mondo non capisce, a partire da quelli che di comprendere (a Parigi, a Bruxelles e altrove) non ne avevano nemmeno l'intenzione.
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Il Tempo
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