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Un "pacemaker cerebrale" che impara a camminare: la nuova stimolazione che riduce le cadute nel Parkinson
Oggi 18-06-26, 18:53
Un gruppo di ricercatori dell'Università della California a San Francisco (UCSF) ha sviluppato e testato su cinque pazienti con malattia di Parkinson una stimolazione cerebrale profonda di nuovo tipo, capace di adattarsi in tempo reale a ogni singolo passo. Lo studio, pubblicato il 15 giugno 2026 su Nature Medicine, dimostra per la prima volta che un dispositivo impiantato può riconoscere i segnali neurali associati al cammino e regolare la stimolazione entro frazioni di secondo, riducendo le cadute rispetto alla tecnologia tradizionale. È un risultato preliminare ma di portata potenzialmente rilevante per uno dei sintomi più invalidanti e difficili da trattare della malattia. Il problema: una terapia che si ferma davanti al cammino La stimolazione cerebrale profonda (DBS) è da anni una terapia consolidata per il Parkinson avanzato. Migliora in modo netto tremore, rigidità e lentezza dei movimenti, ma fatica con un sintomo che colpisce milioni di persone: la difficoltà a camminare, con il rischio di "congelamento" del passo (freezing) e di cadute, tra le principali cause di perdita di autonomia. La ragione, spiegano gli autori, è strutturale. La DBS convenzionale eroga un flusso di stimolazione fisso, identico in ogni momento, indipendentemente da ciò che la persona sta facendo. Ma il cammino è un comportamento dinamico e ciclico, che richiede una coordinazione precisa tra i due lati del corpo. «Camminare è un comportamento altamente dinamico che richiede un timing preciso su entrambi i lati del corpo», ha sottolineato Doris D. Wang, neurochirurga dell'UCSF e autrice senior dello studio. La svolta: stimolare al ritmo del passo L'idea del team è stata abbandonare l'approccio finora usato dalla DBS adattiva, basato su segnali cerebrali a variazione lenta legati allo stato motorio generale, per agganciare invece la stimolazione alle singole fasi del passo. Il sistema, completamente integrato nel neurostimolatore impiantato, identifica i segnali cerebrali associati al movimento della gamba destra e sinistra e regola automaticamente l'intensità durante ciascuna fase della camminata. Per riuscirci, i ricercatori hanno individuato per ogni paziente "firme" neurali personalizzate, diverse non solo da persona a persona ma persino tra i due emisferi dello stesso individuo. «Il cervello contiene informazioni straordinariamente ricche sul movimento», ha spiegato il primo autore Kenneth H. Louie. Quando il segnale supera una soglia durante la fase di oscillazione della gamba, lo stimolatore aumenta l'ampiezza fino al valore ottimale, per poi ridurla nelle altre fasi, il tutto entro pochi centesimi di secondo. I risultati Prima di tutto i medici hanno provato il dispositivo in clinica, in condizioni controllate, facendo camminare i pazienti avanti e indietro. Hanno guardato due cose: La simmetria del passo: in una persona sana il passo destro e il passo sinistro sono più o meno uguali, per lunghezza e durata. Nel Parkinson questa simmetria si rompe, cioè, una gamba "funziona" diversamente dall'altra, e questo squilibrio rende il cammino instabile. Il nuovo sistema ha reso i due passi più simili tra loro. L'altro aspetto è la variabilità dell'andatura: significa quanto un passo è diverso dal successivo. Immagina di camminare e che ogni passo sia un po' più lungo, un po' più corto, un po' più veloce, in modo imprevedibile. Quell'irregolarità è pericolosa, perché è spesso il preludio a un inciampo. Il sistema ha reso il cammino più regolare, più "prevedibile", quindi più sicuro. Tutto questo confrontato con la stimolazione tradizionale, quella sempre uguale. Cosa è successo a casa? Ovvio, il test in clinica dura poco e non racconta la vita vera. Per questo hanno fatto una seconda prova: tre dei cinque pazienti hanno portato il dispositivo a casa per più giorni, vivendo normalmente. Il primo dettaglio tecnico di grande valore si chiama "Doppio cieco"; questo vuol dire che né il paziente né chi valutava sapevano in quel momento se fosse attiva la stimolazione nuova o quella vecchia. Serve a evitare l'effetto placebo e i giudizi influenzati dall'aspettativa: se nessuno sa cosa è acceso, i risultati sono più affidabili. In questa fase il sistema ha fatto due cose buone insieme: ha continuato a tenere sotto controllo gli altri sintomi del Parkinson (non li ha peggiorati per migliorare il cammino) e ha ridotto le cadute. E lo ha fatto senza eventi avversi, cioè senza effetti collaterali gravi, e con i pazienti che tolleravano bene le variazioni rapide della stimolazione, senza fastidio. Perché è importante e dove ci trovimao ora Il valore dello studio va oltre il singolo sintomo. È la prima dimostrazione che un dispositivo impiantato può adattare la stimolazione a ciò che una persona sta facendo in tempo reale, comportamento per comportamento. «Apre la porta a terapie future che rispondano dinamicamente a movimento, parola, umore e cognizione», osserva Wang, evocando il parallelo con il pacemaker cardiaco: come questo trasformò la cura delle malattie del cuore, neurostimolatori "intelligenti" potrebbero cambiare il trattamento dei disturbi del cervello. La strada, però, è ancora lunga. Trattandosi di uno studio di fattibilità, serviranno trial più ampi e multicentrici per stabilire la reale efficacia clinica prima di un eventuale arrivo nella pratica. Va inoltre segnalato, per trasparenza, che alcuni autori dichiarano rapporti di consulenza o impiego con aziende del settore dei dispositivi neurali, tra cui Medtronic e Boston Scientific. Fonte Trial: https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT04675398
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