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Referendum sulla giustizia: tra insulti e minacce, smarrito il senso del confronto democratico
Oggi 12-03-26, 10:10
La campagna sul referendum sulla giustizia degenera in scontri e minacce, lontani dal merito delle riforme. Ai cittadini servirebbero spiegazioni chiare A dieci giorni dall’apertura delle urne per il referendum costituzionale sulla giustizia, il quadro risulta al tempo stesso sconsolante e aberrante. Abbiamo scritto per tempo su queste colonne di un trascinamento verso l’ordalia che sarebbe stato bene (ancorché impossibile) evitare; e successivamente abbiamo rinnovato lo sconcerto, ribadendo che si assiste alla peggiore campagna elettorale referendaria dal 1946 in poi. Come si usa dire, nel confronto-scontro tra Sì e No ogni giorno pensiamo di aver toccato il fondo e ogni giorno si vedono tanti impegnati a scavare per scendere sempre più in basso. Un sussulto o meglio uno spasmo di ragionevolezza indurrebbe a far osservare alla dottoressa Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Nordio, che il giorno dopo il voto – chiunque abbia vinto – le prerogative e i doveri dei magistrati resteranno gli stessi, senza alcuna modifica. E lo stesso verrebbe voglia di sostenere dinanzi al procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, che in un colloquio con “Il Foglio” incredibilmente sbotta avvertendo: «Dopo il voto con voi faremo i conti, tireremo una rete». Beh anche no, grazie. Detto a entrambi i corifei di visioni primitive o, peggio, tribali del confronto democratico. A voler usare il fioretto dell’ironia, si sarebbe portati a ritenere che i maggiori esponenti delle due impostazioni fanno a gara a produrre argomenti per far vincere lo schieramento avverso. Mentre i pochi che si ostinano a coltivare argomentazioni di contenuto a favore del via libera o della bocciatura della riforma vengono irrisi (ma meglio sarebbe dire spernacchiati) come illusi che si ostinano a maneggiare traveggole. Ma l’ironia va bene fra persone avvedute, altrimenti scade nella macchietta. E qui ormai siamo ben oltre qualunque licenza dialettica: stiamo sguazzando nel buco nero della mancata compostezza, nel gorgo della ricerca del colpo più basso possibile per annichilire l’avversario, nel vortice delle minacce che nascondono sussulti di impossibili e fuorvianti. Ebbene, anche a costo di essere arruolati nello sparuto gruppo di chi crede ancora che sia giusto e obbligatorio discutere senza maneggiare randelli più o meno metaforici, è il caso di insistere sul fatto che il voto referendario è un percorso costituzionale previsto dall’articolo 138: non è un voto contro qualcuno bensì per confermare o bocciare una decisione delle Camere. Non adombra ritorsioni, rappresaglie o faide: chi coltiva simili farneticazioni si pone fuori dalla Costituzione che dice di voler rafforzare o salvaguardare a seconda della trincea scelta; soprattutto rende un pessimo servizio agli elettori, che possono sentirsi solo disgustati da un tale scadimento di toni e da una siffatta, ossessiva di demonizzazione dell’altro. Vale per chi maneggia il “servizio giustizia” e dovrebbe offrire un’immagine pacata, equilibrata ed equa del proprio modo di operare: sarebbe opportuno sciorinare buoni esempi e non sgomitare scompostamente nelle file dei cattivi maestri. E vale come e forse addirittura di più per la Politica, che ci ostiniamo a scrivere con la maiuscola. Si vota sulla separazione delle carriere tra pm e giudici, sul sorteggio nel Csm e sull’istituzione di un’Alta corte di giustizia. Temi ostici, forse troppo […] L'articolo Referendum sulla giustizia: tra insulti e minacce, smarrito il senso del confronto democratico proviene da La Ragione.
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