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Angela Buttiglione si confessa: "Il video è una droga, smettere non è facile"
Oggi 22-02-26, 12:55
Angela Buttiglione - modi garbati, voce pacata, sorriso rassicurante - è entrata nelle nostre case per 25 anni raccontandoci, dalla tv, cosa succedeva nel mondo. Prima donna a condurre il Tg delle 20 su Rai1 («In quegli anni la Rai era maschilista»), giornalista vaticanista («Ho conosciuto due santi») e poi direttore di Rai Parlamento e della TGR, è sempre riuscita a far coesistere una brillante carriera e una famiglia numerosa («Ho cresciuto quattro figli e dopo il Tg tornavo a casa a preparare la cena per tutti»). Fin quando, nel 2009, è andata in pensione e ha deciso di ritirarsi completamente dal video: «I telegiornali di oggi? No, non mi piacciono: le conduzioni sono troppo teatrali». Angela Buttiglione, lei... «...se non è un problema diamoci del tu come si fa tra colleghi: sono ancora giornalista e lo sarò sempre. Ogni mattina, appena sveglia, la prima cosa che faccio è sfogliare i quotidiani sull’I-pad». Ma non lavori proprio più? «No, mi sono ritirata: ho dato un taglio netto al passato e alla professione, decidendo di sparire anche dall’immaginario collettivo». Perché? «Mi sembrava giusto, il mio tempo era passato». Ci sei riuscita? Come mai quel sorrisino? «Sono in pensione da 15 anni e non vado più in video dal 1993, eppure c’è ancora gente che mi riconosce e mi ferma». Ti fa piacere? «Certo, significa che sono stato un personaggio che ha inciso molto come presenza. Anche se, spesso, mi chiedo come sia possibile essere rimasta nella memoria delle persone così a lungo». Che risposta ti dai? «Che forse per loro ho rappresentato un’altra Italia, un’altra Rai e un altro modo di comunicare». La tv di adesso la guardi? «Poco, perché mi arrabbio. Quanto mi arrabbio...». Cosa ti fa innervosire? «È una televisione raffazzonata, superficiale, nella quale non si controllano più le notizie. C’è impreparazione professionale. Ai miei tempi, invece, l’azienda ti rimproverava aspramente se sbagliavi a commentare anche una sola immagine». Tipo? «Una volta, durante un servizio, ho detto: “Il Papa ha fatto la benedizione” dimenticandomi di aggiungere “Urbi et Orbi”. Risultato: sono stata messa in punizione. I Tg di oggi invece...». Non la convincono? «Hanno una conduzione sempre più teatrale, non va bene. Sai, invece, quale è stata una delle prime cose che mi hanno insegnato i vecchi dirigenti Rai?». Quale? «In video o si passa o non si passa. E se non passi è inutile che ti fai i capelli verdi o le unghie gialle. Non serve a niente, tanto non passi». Al di là dei Tg cosa guardi in tv? «Le serie sulle piattaforme e qualche documentario storico». E che altro fai durante la giornata? «Leggo molto e sto con mio marito: dopo 53 anni di matrimonio ora possiamo davvero goderci anche le piccole cose, come andare a vedere una mostra, fare colazione al bar o ammirare una vetrina. E poi mi dedico ai quattro figli e ai tre nipotini». A proposito di nipoti, torniamo indietro nel tempo e raccontiamo quando eri tu piccola. «Nasco a Gallipoli il 23 ottobre 1945. Mio papà Pasquale, originario di Taranto, è commissario capo della polizia e mamma Liliana è laureata in farmacia, ma non esercita per seguirlo negli spostamenti». Quanti figli siete? «Tre. Io, Rocco che è del 1948 e Marina che nasce dieci anni dopo di me». Tuo fratello Rocco è il famoso politico, che è stato anche due volte ministro. Che rapporto hai, con lui, da bambina? «Odio e amore perché mi devo difendere dalla sua intelligenza: a 14 anni passa da leggere Marx a Tex Willer. Dal punta di vista intellettuale, fin da subito, è mostruoso. Posso raccontare un aneddoto?». Certo. «Un anno, quando lui è in prima liceo, da Catania ci trasferiamo a Torino. Va per iscriversi al “D’Azeglio” e la segretaria cerca di farlo desistere: “Guardi, le consigliamo un altro istituto, questo è molto severo”. Lui non fa una piega: “Non si preoccupi”. Poi entra in classe e la prof di filosofia gli dice: “Le do dieci giorni per prepararsi e arrivare al livello degli altri”. E lui, impunito, risponde: “Mi può interrogare anche adesso”. Risultato: prende 9. Come si può andare d’accordo con un genio così come fratello?». Voi, in quegli anni, cambiate spesso città e scuole? «Sei pronto a prendere nota? I primi quattro anni delle elementari li frequento a Barletta, la quinta e metà della prima media a Foggia, la seconda media un po’ a Palermo e un po’ a Sassari. La licenza poi la prendo a Forlì, dove papà viene trasferito per organizzare l’ordine pubblico per il trasferimento della salma di Mussolini a Predappio, mentre la quarta ginnasio e metà della quinta li faccio a Trieste e, infine, il liceo a Catania. L’università, invece, la frequento tra Catania e Torino, dove mi laureo in lettere moderne a 22 anni». Che bambina sei? «Solitaria, perché con tutti questi trasferimenti è impossibile coltivare amicizie. I veri amici sono i libri. Papà, che capisce di farci fare una vita zingaresca, ha un’abitudine splendida: prima di cambiare città ci regala i libri degli scrittori del luogo in cui stiamo per andare. E questo ci arricchisce in maniera incredibile». Come ti avvicini al mondo dell’informazione? «Mio padre, ogni sera, torna a casa con un quotidiano e, a soli 7 anni, inizio ad abituarmi a leggerlo. Amo scrivere fin da piccola e sono brava: “Lei, signorina, è un fiume in piena, deve solo imparare a ordinare le sue idee”, mi dice una volta, complimentandosi, l’insegnante di italiano a Catania». Quindi diventare giornalista è automatico. «Non proprio. Papà, per la mentalità di quei tempi, pensa che per lavorare sia necessario passare da un concorso e mi fa iscrivere a quello per insegnanti. Io non ne voglio sapere perché, appena trasferiti a Roma, ho fatto 15 giorni di supplenza a una scuola media e ho capito che non è il mio mestiere». E che fai? «Dico a papà che a quel concorso non parteciperò mai nella vita, così lui si informa e trova quello della Rai per radiotelecronisti». Che invece frequenti volentieri. «Siamo seicento e lo passiamo in trenta, che veniamo ammessi a un corso preparatorio di sei mesi. Alla fine, a maggio 1969, ci assumono in quindici: ci siamo io, Bruno Vespa che è il primo in graduatoria, Paolo Frajese, Nuccio Fava, Claudio Ferretti, Bruno Pizzul, Vittorio Roidi». Grandi giornalisti, ma tutti uomini a parte te. «Al telegiornale c’è solo una donna: Bianca Maria Piccinino. Io lavoro alla redazione del Tg delle 17.30, che chiamano “il Tg dei bambini” perché leggero e rosa. In generale, in quegli anni, le giornaliste si occupano solo di moda, costume, spettacoli». Scusa, ma Enza Sampò? «Lei è speaker: solo dal 1968 mettono i giornalisti alla conduzione». Primi pezzi importanti per la Rai? «Il 19 luglio 1969, il giorno prima dello sbarco, mi mandano in giro per Roma: “Fai un servizio sulla luna”, mi dicono. La telecronaca d’esordio, invece, è sul Ferragosto in Piazza di Spagna: arrivo ed è tutto deserto, non c’è niente. Ma riesco a cavarmela e il direttore Bernabei mi fa arrivare i complimenti. Il terzo lavoro che mi chiedono, poi, è sulle elezioni in Germania:scrivo il pezzo e lo porto al caporedattore, che lo fa leggere al vicedirettore e infine, tutti insieme, si precipitano dal direttore. Io rimango fuori dalla porta tesissima, aspetto il giudizio». Che è positivo? «Sì, ma sento uno di loro esclamare: “Ma questo davvero l’ha scritto una donna?”». Ambiente maschilista... «Assolutamente sì e oggi posso dirlo, ma in verità, in quegli anni, è così l’Italia ed è così la vita. Ti faccio un esempio: mio padre, pur essendo una persona illuminata, a 14 anni manda mio fratello negli Usa a studiare inglese. Io no, resto a casa». Torniamo alla tua carriera. E alla Rai di quel periodo. «La tv di Stato ha il monopolio assoluto. Pensa che per andare a fare servizi esterni la troupe è composta da cinque persone: il giornalista, il fonico, l’operatore, il datore delle luci e l’operaio che porta le borse e fa da autista». Il tuo primo stipendio è alto? «Duecentomila lire, che do in casa. E mio padre commenta: “È quello che prende il mio vice questore”». Tu, negli Anni’80, diventi la prima giornalista donna a condurre il Tg1 delle 20. Qualche situazione che ricordi in modo particolare? «Durante il periodo dei dirottamenti su Fiumicino abbiamo Vespa come inviato sul posto e io faccio il coordinamento, cioè sto in regia mentre va in onda il giornale. In una straordinaria delle 23, però, non riusciamo a collegarci e il direttore mi dice: “Vai tu in studio”. E faccio la diretta, così come sono, andando a braccio». Bisogna essere portati. «Questione di caratteristiche ed esperienza. Quando viene introdotto il “gobbo”, per esempio, io inizialmente faccio di tutto per non usarlo perché sono convinta che ti renda lo sguardo vitreo e, leggendo, non ti rendi conto di cosa dici». Angela, in quegli anni sei il volto di riferimento degli italiani, ma senza rinunciare alla vita privata e alla famiglia. «Nel 1971, a Gallipoli, conosco Massimo Faccioli Pintozzi, studente di economia. Ci fidanziamo e, un anno dopo, ci sposiamo. Quando annuncio il matrimonio ai miei genitori papà, che ha un sacro rispetto perla famiglia, mi fa mille domande: “Sei sicura?”, “Saprai conciliare gli affetti con il lavoro?”». La risposta migliore sono quattro figli e una famiglia unita. «Nel 1973 nasce Esmeralda, nel 1975 Liliana, nel 1980 Marina e nel 1982 Vincenzo». E come fai, soprattutto nei primi anni, a conciliare tutto? «Durante la giornata, essendo in redazione, mi aiuta una tata, ma la sera mi arrangio da sola». Come mai ridi? «In quel periodo regolarmente, alle 19.30, i figli mi telefonano poco prima di andare in onda con il Tg: “Mamma, a che ora torni?”. E finita la diretta corro a casa per cucinare a tutti la cena». A proposito di telegiornali, parliamo dei tuoi colleghi storici. Partiamo da Bruno Vespa. «Molto sicuro di sé, ma permaloso: fin da giovane pretende che la sua bravura venga riconosciuta». Lui ha un anno in più di te ed è ancora in tv, non molla. «Vive per la televisione e ha una passione enorme per questo mestiere. Il problema, alla lunga, è che il video rischia di diventare indispensabile nella tua vita e senza di lui non ti senti più nessuno. Una specie di droga. Se non prendi le distanze sei fottuto». Emilio Fede. «Con lui conduco molti tg e gli do dei calcioni sotto il tavolo perché si distrae e fa casino. È un giocherellone, ha altro per la testa pur essendo molto bravo». Paolo Frajese. «Grande cronista, il suo servizio su via Fani, il giorno del rapimento Moro, andrebbe studiato nelle scuole di giornalismo. Ma è anche un pazzo scatenato. Al corso di radiotelecronisti di cui ti parlavo all’inizio, all’esame finale, ci danno da fare un servizio. Lui si rifiuta, si mette al microfono e dice: “Io non mi presto a questa buffonata, se volete vedere un mio servizio andate a cercarlo nelle teche Rai”. Grande scandalo...». Vittorio Citterich? «Un maestro, non solo di giornalismo ma anche di vita. Uomo buono e generoso». Torniamo a te. Oltre alla conduzione, dal 1989 al 1993 fai la giornalista vaticanista. Un ricordo particolare? «Angola, Papa Wojtyla deve officiare messa in un campo, nel quale viene portato, da una chiesa portoghese, un antico crocifisso. Giovanni Paolo II si inginocchia, lo abbraccia e rimane immobile nella stessa posizione, in silenzio, per più di 15 minuti. Io ho avuto il privilegio, nella mia vita, di conoscere due santi, sai?». Papa Wojtyla e...? «Madre Teresa di Calcutta, che un anno intervisto proprio qui a Roma». E come va? «Professionalmente è un’esperienza esasperante: qualunque domanda gli faccia risponde: “Perché il Gesù Cristo...”. Alla fine ci mettiamo a chiacchierare e si informa sulla mia famiglia: “Quanti figli hai?”. “Un maschio e tre femmine”, rispondo. E lei: “Me ne dai una?”. “Se Dio vorrà, Madre”». Angela, nel 1993 lasci la conduzione del Tg1. Perché? «In quel momento sono al giornale delle 20, mentre Lilli Gruber è a quello delle 13. Essendo brava a fiutare l’aria, scrivo un biglietto e lo metto in bacheca: “Mirendo conto di diventare un intralcio, lascio libera la conduzione del Tg1”». Perché intralcio? «Vengo considerata il “vecchio, l’antico”». Nel 1994 ti mandano alla Direzione Esteri. «Ho il mandato di modernizzarla e la trasformo, passando dalle cassette alla trasmissione via satellite. Poi, nel 1995, vengo nominata direttore di Rai Parlamento dove, per consuetudine, il direttore va in onda facendo interviste, ma mi rifiuto avendo mio fratello che fa politico». A proposito di politica, sei sempre stata considerata in quota Dc. «Mai votato Democrazia Cristiana e mai salite le scale di Piazza del Gesù». Eppure in quegli anni le redazioni della Rai sono tutte lottizzate. «Grazie a Dio. La rimettessero, la lottizzazione: se non erano preparati, i giornalisti non entravano e comunque, poi, non facevano i servi della politica. Enrico Mentana è un lottizzato, Vincenzo Mollica è un lottizzato, tutti bravissimi. Adesso prendono chiunque, li raccattano chissà dove». Nel 2002 ti affidano la direzione delle TGR e poi, nel 2009, vai in pensione. «E comincia questa nuova vita». Ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione? «Direi buono». 2) Paura della morte? «Paura proprio no, temo il modo in cui si muore». 3) Una gaffe storica fatta in carriera? «Una volta, parlando di musica, ho detto i “Dùran Dùran”: i miei figli mi prendono in giro ancora adesso». 4) Prima hai parlato del rapporto con tuo fratello Rocco raccontando di quando eravate piccoli. Ora come è? «Ci vogliamo bene anche se ognuno fa la propria vita: lui gira il mondo e insegna». Cosa ne pensi della sua carriera politica? «Ha fatto il politico da filosofo, con troppo rispetto verso gli altri. È troppo buono per quel mondo». 5) Ultima domanda: hai ancora un sogno? «Sì, che i miei figli abbiano la pazienza di continuare a costruire le loro famiglie».
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