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Annalisa Terranova e l'ossessione dei dem: Trump come il Führer
27-01-2025, 09:00
C'è questa foto dei primi immigrati clandestini espulsi chela propaganda anti-Trump sta sfruttando per evocare gli schiavi d'America o i deportati nei lager nazisti. Ricordi cupi e ombrosi, altro che età dell'oro... la foto ci parla di una umanità ridotta al rispetto delle regole, un'umanità sconfitta ma non necessariamente oppressa. Non erano in catene, ma erano certo più schiave, le donne che nella Russia comunista facevano la coda dinanzi al carcere di Leningrado per i figli ingiustamente detenuti e sulle quali ha vergato versi struggenti Anna Achmatova: “Davanti a questa pena s'incurvano i monti.../sentiamo solo l'odioso strider delle chiavi/ e i passi pesanti dei soldati”. Ma potremmo citare immagini molto più recenti: per esempio i migranti respinti a Ceuza dalla Guardia Civil per ordine del socialista Sanchez che nessuno accusò di “schiavismo”. O i migranti rimandati indietro a Ventimiglia dal progressista Macron, per il quale nessuno ha parlato di regime. Gli espulsi di Trump li ricorderemo a lungo ma non così le donne incurvate dal regime staliniano, i neri di Ceuza, i disperati di Ventimiglia. La foto di cui parliamo, la fila di migranti ammanettati che stanno per salire sull'aereo di Stato per essere rimpatriati, è infatti funzionale a una propaganda che ha un nome ben preciso: si chiama “reductio ad hitlerum”, falsa citazione latina elaborata da Leo Strauss per descrivere un'operazione dialettica usata per screditare in eterno qualcuno. La reductio ad hitlerum è ormai talmente estesa e arbitraria che è difficile riportare l'argomento dal terreno della retorica manipolatrice a quello del ragionamento. Della “reductio” si parla in un interessante libro da poco uscito di Stefano Davide Bettera, “Secondo natura. Critica dell'ideologia liberal-progressista” (Solferino). L'autore spiega la pericolosa invasività del procedimento e opportunamente si cita lo scritto di Alain de Benoist su “La nuova censura”: “Termini generici come nazionalismo, antisemitismo, fascismo, nazismo, estrema destra, che rimandavano in origine a realtà ben distinte, vengono così a formare un lessico di parole intercambiabili. Si crea allora una sorta di buco nero battezzato nazismo o fascismo, in cui viene fatto confluire, nell'indeterminatezza più totale, qualunque altro referente, onde una serie di opinioni che danno fastidio, immancabilmente accusate di essere pericolose”. Bettera nel suo libro spiega quale sia la finalità di queste forme di propaganda: in gioco c'è una visione di società e una sua conseguente narrazione. «Da un lato – scrive – la parte di popolo dipinto come conservatore, reazionario, al limite del razzismo e della stupidità, legato a meri interessi di convenienza, senza futuro e prospettiva, per lo più disagiato e provinciale, il popolo della terra... dall'altro un'élite progressista, tutta impegnata nella difesa dei diritti universali, siano essi di genere, di provenienza, di cittadinanza, di cultura. Il popolo delle aree urbanizzate, tecnologiche, interconnesse, digitali. Il popolo delle università globali, dell'idioma planetario». Questo popolo si riconosce nel blocco liberal progressista, l'altro popolo è quello del blocco conservatore. Due modelli. Il “modello Obama” – ci dice Bettera – e il “modello Trump”. In quest'ultimo campo non ci può essere nulla di buono, nulla di fecondo, solo “erbaccia” da estirpare. L'antifascista, l'antipopulista, l'antisovranista, l'antirazzista è sociologicamente – come sottolineava il sociologo francese Pierre-André Taguieff – «un rieducatore, un po' insegnante, un po' poliziotto, un po' maestro di cerimonie». Un tipo da cui guardarsi, insomma. Un tipo, in definitiva, che si trova bene nello spazio «ingombro di individui dallo spirito molle e dal cuore duro, che traggono vantaggio da una reputazione usurpata di cuori puri».
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