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Assalto alla polizia, asse centri sociali-immigrati: la saldatura
Oggi 23-07-26, 05:00
Guardate questa fotografia in pagina, perché è l’istantanea della contemporaneità, di questa contemporaneità pazzotica, nullista, sorta oltre i rottami dell’ideologia eppure ultra-ideologica, che ha nella Bologna distopica di Lepore-Schlein un compendio privo di fronzoli. Sono gli scontri dell’altra sera nel capoluogo emiliano-romagnolo, ammesso si possa ridurre terminologicamente a “scontri” la guerriglia urbana indiscriminata, con oltre settanta agenti della Polizia di Stato feriti. Ma questa è ancora cronaca, sebbene cupa più che nera. La foto, invece, è il simbolo, come da etimo greco, il “contrassegno” che “mette insieme” qualcosa. È, alla radice, il contrassegno della santa alleanza che ha riscritto completamente i canoni di quella che eravamo abituati a chiamare “sinistra” politica. È il vero campo largo, di cui quello strettamente politico-parlamentare non è che un addentellato, un tentativo di rincorsa. È la saldatura tra due creature, che diventano un’agenda di trasformazione della realtà (italiana, europea, occidentale). [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48620601]] L’ANTAGONISMO DI RITORNO La prima è l’antagonismo insurrezionalista che sgorga dai centri sociali e dai Collettivi, lo squadrismo Antifa cui recentemente l’amministrazione Trump ha dedicato un summit tra i frizzi e i lazzi delle anime belle, rappresentato dal ragazzo a torso nudo e a volto coperto, inversione già plastica della convivenza civile. La seconda faccia dell’alleanza è quella incarnata dal giovane nero (non è allusione suprematista, è evidenza della cronaca) che accorre a fianco del collega di disordini urbani, prendendolo per mano e agitando qualcosa che sembra un palo divelto, con linguaggio del corpo non esattamente improntato al “dialogo” schleiniano. E si tratta, nella metafora ma ben prima nella concretezza ruvida di parecchie città italiane ed europee, dell’immigrato, o dell’esponente di seconda generazione, o del maranza, o del radicalizzato, o comunque di qualcuno di Altro. Non è un impulso razzistoide, è il cambio di paradigma del “progressismo” odierno (un dispositivo dove in realtà dell’istanza di progresso civile e sociale non ne è più nulla, come si evince da vetrine spaccate, automobili bruciate, persone ferite e strade violentate), che ha descritto probabilmente come nessuno il grande sociologo canadese Mathieu Bock-Côté. È il passaggio dalla classica utopia “egualitaria” marxista, otto-novecentesca, socialista nelle sue varie gradazioni (dal comunismo reale alla socialdemocrazia irreale), a un’utopia capovolta, immersa in un masochismo culturale irriflesso, che Bock-Côté chiama “diversitaria”. Fondamentalmente: il culto del Diverso purchessia, basta che non sia il barbaro uomo bianco occidentale, colonialista, capitalista, sfruttatore. È l’ideologia post-moderna che si cela dietro i buoni sentimenti dell’“inclusione”, ed è tale appunto perché vuole farla finita anzitutto con la modernità occidentale. Se ci pensate, quella foto è un modo geniale di riaprire ai supplementari una partita su cui pensavamo di aver udito il fischio finale della Storia: il sol dell’avvenire che tramonta, l’uomo nuovo dell’utopia comunista che si rivela l’uomo oppresso e internato, l’inevitabilità della democrazia capitalista e liberale. Un’illusione perduta, la Storia non finisce, entra in campo un nuovo mito fondativo, non più la società senza classi, ma quella senza confini, distinzioni culturali, proporzioni ragionevoli tra popolazioni europee e ondate migratorie. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48627612]] SINISTRA IN CERCA D’AUTORE Non è un problema etnico, è un dato storico e filosofico, è il rompicapo per cui certe civiltà non contemplano inclusione, si escludono, sono incommensurabili nei valori di fondo e nella visione del mondo, come ci aveva ricordato Samuel Huntington, non Vannacci. Ma è proprio quello che interessava, a una sinistra in cerca d’autore: un nuovo impasto (pseudo)cultuale con cui ritentare l’“assalto al cielo”, e farla finita con quell’Occidente che ha il torto di avere vinto nel 1989. Col metodo più radicale possibile: snaturandolo, dissolvendo la sua identità, a costo di dissolvere se stessi. È il cupio dissolvi come cifra del progressismo d’inizio millennio. Non ci sono più il salario e la fabbrica, non c’è più il conflitto tra capitale e lavoro, non c’è più la rivoluzione. C’è la rivolta da strada prima che di strada, c’è la pietra lanciata come automatismo acefalo post-sessantottino (d’altronde, si tratta spesso dei figli dei figli di papà già allora picchiatori di poliziotti ed inceneriti poeticamente da Pier Paolo Pasolini), c’è la violenza per la violenza. C’è, finalmente e senza complessi, il nichilismo. Lo rintracciate lì, in quell’abbraccio tra l’antagonista col volto coperto e l’immigrato con l’arma improvvisata che si ergono contro le divise perché, come da slogan risuonato anche a Bologna, “tutto il mondo odia la polizia”. Senza un motivo preciso, perché l’odio è il cemento di quell’abbraccio. Un abbraccio che coincide sempre di più col programma della nostra sinistra: auguri a tutti noi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48634427]]
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