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Cnpr forum sullo smart working. Mascaretti (FdI): "Fondamentale il ruolo delle nuove tecnologie"
Oggi 26-01-26, 10:59
«Credo moltissimo nello smart working: non lo ritengo una scorciatoia né un favore. È una trasformazione strutturale del modo di lavorare e penso che dovremmo investirci molto di più. È un’opportunità che va governata. La qualità del lavoro e la volontà di svolgerlo non dipendono dal fatto di essere in presenza o in un altro luogo fisico, ma dall’organizzazione, dalla chiarezza degli obiettivi e dal riconoscimento della responsabilità professionale. I dirigenti dovrebbero responsabilizzare maggiormente i lavoratori, che in questo modo si sentirebbero ancora più motivati a dare il massimo. Lo smart working non è una contrapposizione ideologica tra presenza e distanza: è una questione di modelli organizzativi. Dove il lavoro da remoto è stato applicato con serietà, ha dimostrato di poter migliorare anche la produttività e l’efficienza. Il vero rischio, dunque, non è il lavoro a distanza, ma il permanere di modelli arretrati che continuano a misurare il lavoro solo in termini di presenza fisica, ignorando l’evoluzione delle professioni, dei processi produttivi e delle aspettative di chi lavora». Lo ha dichiarato Ylenia Zambito (PD) segretaria della Commissione Lavoro del Senato, intervenuta nel corso del Cnpr forum “Smart working, opportunità oppure ostacolo?” promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca. Secondo Andrea Mascaretti, deputato di Fratelli d’Italia nelle Commissioni Lavoro e Bilancio della Camera: “Il tema dello smart working è molto delicato: abbiamo imparato a conoscerlo soprattutto durante un momento difficile, quello del Covid. Non è vero che non esistesse prima, ma è stato durante l’emergenza che è stato utilizzato in maniera estesa come modello di lavoro. È sicuramente un modello efficace laddove esiste una cultura del lavoro adeguata e può portare vantaggi sia ai lavoratori sia alle aziende. Consente di organizzare meglio le attività, aumentare la produttività e ripensare alla logistica aziendale, perché per alcune tipologie di lavoro servono meno spazi fisici e quindi si riducono i costi. Oggi lo smart working può basarsi anche su nuove tecnologie, come quelle satellitari, che permettono di connettere anche le aree del Paese che fino a poco tempo fa erano escluse. Grazie a queste tecnologie, ogni parte d’Italia può essere raggiunta da una connessione ad alta velocità, consentendo a chiunque di lavorare in smart working ovunque lo desideri. Questo apre anche a nuove opportunità occupazionali, diverse da quelle che il singolo territorio sarebbe in grado di offrire”. Correttivi alla legge vigente sono auspicati da Valentina Barzotti, parlamentare del M5s in Commissione Lavoro a Montecitorio: “Sono certa che questo nuovo modello organizzativo rappresenti un elemento molto positivo, soprattutto se ben calibrato. Tutti gli studi dimostrano che le aziende che adottano il lavoro da remoto sono più competitive, più attrattive per i giovani, che ormai chiedono sempre più spesso questa modalità, e registrano anche una riduzione dell’assenteismo. Tutto questo ci porta a ritenere che sia un modello da perseguire e da valorizzare. Per questo è stato oggetto di una nostra proposta di legge, depositata il primo giorno di legislatura in Parlamento. Riteniamo, infatti, che la normativa attualmente in vigore, la legge 81/2017, che all’epoca fu definita una “legge cornice”, oggi necessiti di essere aggiornata e integrata. Nel tempo sono emerse diverse criticità che possono essere superate attraverso opportuni correttivi. È chiaro che, come tutte le trasformazioni, anche lo smart working può produrre effetti distorsivi, ad esempio, in termini di disuguaglianze. È quindi importante esserne consapevoli, per poter adottare misure adeguate che consentano di valorizzarne gli aspetti positivi e ridurne eventuali possibili rischi”. Tanti gli aspetti positivi sottolineati da Rosaria Tassinari, esponente di Forza Italia in Commissione Lavoro alla Camera: “Credo che si tratti di una progressione positiva. I tempi stanno cambiando, così come la mobilità e le modalità di lavoro legate all’utilizzo di Internet. La possibilità di lavorare in connessione è sicuramente un elemento di grande valore. Sono convinta che sia necessario intervenire anche dal punto di vista normativo per valorizzare tutti gli aspetti positivi. Pensiamo, ad esempio, alle persone che non sono più obbligate a raggiungere fisicamente il luogo di lavoro: questo comporta un risparmio economico, un minore impatto sull’ambiente e una migliore qualità della vita per i lavoratori. È vero che può crearsi un divario tra chi lavora in smart working e chi, per la natura della propria attività, non può farlo. Tuttavia, credo che questo modello vada ‘coltivato’, non solo per le nuove generazioni, ma anche per chi ha già molti anni di lavoro alle spalle. La soluzione ideale è un sistema misto, capace di bilanciare lavoro in presenza e lavoro da remoto: un modello che consenta di restare inseriti in un contesto professionale e, allo stesso tempo, di usufruire dei vantaggi della flessibilità”. Nel corso del dibattito, moderato da Anna Maria Belforte, il punto di vista dei professionisti è stato espresso da Mario Chiappuella, commercialista e revisore legale dell’Odcec di Massa Carrara: “Lo smart working sta cambiando il modo di lavorare nel nostro Paese. Bisogna prima di tutto orientarlo affinchè diventi un’evoluzione positiva del modello organizzativo, senza rischiare di indebolire produttività, responsabilità e cultura del lavoro. Tuttavia da un lato la legge, riconosce lo smart working come strumento di conciliazione vita-lavoro; dall’altro alcune prassi amministrative sembrano andare in direzione opposta. Occorre, dunque, un intervento politico per garantire coerenza tra lo spirito del legislatore e la sua applicazione concreta”. Le conclusioni sono state affidate a Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale Esperti contabili: “Tutti sono concordi con il fatto che lo smart working ha portato una grande innovazione. Per cui non si può non essere favorevoli. Più che un intervento politico servirebbe un passaggio culturale su questo tema. Nello smart working per la legge 81 il lavoratore è focalizzato sugli obiettivi, rispettando alcune fasce di reperibilità. In diverse amministrazioni sono stati posti dei limiti come quello di non estendere oltre otto giorni al mese questa possibilità. Quello che bisogna capire è che lo smart working non è un benefit concesso e lo confermano tanti studi che sottolineano come ai vantaggi dei lavoratori ne corrispondano altrettanti alle aziende. E’ dunque un processo che va ottimizzato”.
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