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Conte-Trump, ecco cosa non torna
Oggi 02-04-26, 06:00
Giuseppe Conte dice che con Paolo Zampolli - amico di Donald Trump, inviato per le global partnership del presidente americano - ha parlato di pace in terra. Dunque per un’ora e 45 minuti, attovagliati in un ristorante del centro storico di Roma, i due si sono intrattenuti sulla geopolitica, hanno approfondito i problemi del nostro tempo e improvvisamente illuminato dalla sapienza di Conte, il Zampolli porterà alla Casa Bianca un corposo dossier con le dritte di Giuseppi per chiudere le guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Solo che alcune cose restano avvolte da un nebbione che si solleva sempre quando parla il presidente Conte. Nella sua replica a Libero, l’ex premier afferma che «l’incontro non ha avuto nessuna aura di segretezza», frase che frana subito perché l’appuntamento tra i due è diventato di dominio pubblico solo grazie agli articoli e foto apparsi sulla prima pagina di Libero. Conte e Zampolli hanno pranzato per un’ora e 45 minuti in una sala riservata di un ristorante romano e nulla, né prima né dopo, sull’incontro e l’oggetto del colloquio è stato comunicato ai media, prova ulteriore del riserbo e della delicatezza dell’occasione. Quanto ai discorsi di Conte sulla pace, sono interessanti le risposte che Zampolli ha dato a Fausto Carioti che lo ha intervistato per Libero: alla domanda sui conflitti, ha detto che «si è parlato di questo e di quello», che «ci sono state due battute sulla guerra» fino a specificare che «non siamo entrati in nessun dettaglio. La colazione non era stata fatta per parlare delle guerre». Notevole, visto che tutta la nota di Conte punta su questo tema. Le parole di Zampolli hanno un peso diverso da quelle di Conte sul contenuto del colloquio. «L’ho incontrato come un amico» dice l’uomo d’affari al nostro cronista, aggiungendo che il leader dei 5Stelle ha chiesto di porgere i suoi saluti a Trump («per favore salutamelo»), specificando - passaggio non irrilevante alla luce delle cose scritte da Conte nella risposta a Libero - di non avere «alcun mandato sull’Italia», spiegando che c’è un ambasciatore in Italia e quest’ultimo «si occupa della politica dell’Italia». Sul piano istituzionale - cosa che non sfugge di certo a un politico esperto come Conte, due volte presidente del Consiglio - qualsiasi messaggio diplomatico di un certo peso dovrebbe essere trasmesso all’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, sede in via Veneto, guidata da un uomo di successo, un grande imprenditore di origini italiane, amico e sostenitore di Trump, Tilman Fertitta. La risposta di Conte, tesa a giustificare l’incontro rivestendolo di un significato di alta diplomazia (che non c’è), complica una cosa semplice: il suo pranzo non era stato organizzato per parlare della guerra (fatto confermato da Zampolli) e non poteva essere pubblico perché il leader dei 5Stelle non aveva avvisato nessuno degli alleati anti-trumpiani del campo largo, un appuntamento con un amico di vecchia data di Trump sarebbe stato fonte di imbarazzo nel momento in cui le sinistre criticano il governo Meloni per il rapporto con la Casa Bianca che, tra l’altro, i fatti di Sigonella mostrano un governo italiano che ha un rapporto dialettico, leale ma di opposizione quando sono in ballo i doveri imposti dai trattati e le prerogative dell’Italia. Questo è il punto chiave che Conte abilmente elude: sul piano istituzionale (che impone l’analisi e l’approfondimento giornalistico), il pranzo di un’ora e 45 minuti tra Conte e Zampolli rivela una contraddizione tra il discorso e l’azione parlamentare del Movimento 5Stelle e l’iniziativa del suo leader. L’iniziativa di Conte apre il tema sul come debbano essere regolati i rapporti tra alleati: chi aspira a diventare candidato premier del centrosinistra e incontra un amico di Donald Trump senza dirlo a nessuno può rappresentare il campo largo nel rispetto della sensibilità dei suoi elettori? È un problema politico che trae origine dal posizionamento in politica estera di Conte, dal rapporto che ha (o non ha) con il Partito Democratico di Schlein e con l’Avs di Bonelli e Fratoianni. Conte ha (o aveva e comunque si capisce che punta a riallacciare i rapporti, tanto da inviare l’ambasciata dei saluti tramite Zampolli) un rapporto con Trump maturato durante i suoi anni a Palazzo Chigi con ben due governi. Conte all’epoca non era ancora in fase “descamisada”, era un fedele alleato degli Stati Uniti, collaborativo, disponibile, attento alle richieste degli americani. L’ultra-pacifista Conte il 3 gennaio del 2020 non disse niente quando gli Stati Uniti eliminarono con un missile Hellfire il generale Qassem Soleimani all’aeroporto di Baghdad, fu violato il diritto internazionale, Trump diede l’ordine del blitz aereo sul territorio di un altro un Paese sovrano, in punta di diritto non c’era alcuna differenza con i fatti del Medio Oriente, ma allora Conte governava, aveva delle responsabilità, doveva applicare le regole della realpolitik che sembra aver dimenticato, salvo poi incontrare a pranzo a Roma un collaboratore e amico di Trump. Fu lo stesso Conte a dare il via libera a una serie di visite a Roma di William Barr, l’ex Attorney General degli Stati Uniti, il segretario della Giustizia, legate all’indagine sul Russiagate. Barr in due tappe (settembre e ottobre del 2019), incontrò i vertici dei servizi segreti (tra i quali il capo del Dis, il generale Gennaro Vecchione), l’obiettivo della missione di Barr nella Città Eterna era quello di accertare se l’Italia avesse avuto un ruolo nel Russiagate. Erano i tempi in cui Trump cercava le prove di un complotto dei democratici ai suoi danni durante la campagna presidenziale del 2016 e nei mesi successivi alla Casa Bianca. Grande caso internazionale, con una velenosa coda italiana, con uno scontro durissimo tra Matteo Renzi e Conte, accusato da Renzi di aver gestito in maniera opaca il caso e la relazione con l’amministrazione Trump, accuse sempre respinte da Conte. La vicenda rimase sospesa a mezz’aria, ma è un esempio della delicatezza dei rapporti storici tra Italia e Stati Uniti, non solo in materia di intelligence. Chi guida Palazzo Chigi governa nella realtà delle maggioranze e delle relazioni internazionali, non nella demagogia dell’opposizione che oggi Conte scaglia contro Meloni. Vuole tornare a Palazzo Chigi, a pranzo con l’amico di Trump è tornato anche Giuseppi.
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