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Cultura e Spettacolo
Così filosofi e scrittori immaginarono l'IA
Oggi 18-01-26, 13:57
È ormai consapevolezza acquisita da parte dei filosofi che l’intelligenza artificiale, lungi dal segnare una novità assoluta, non faccia che portare alle estreme conseguenze delle tendenze che affondano le loro radici nelle basi logiche e nella stessa grammatica dell’Occidente. La nostra civiltà ha da sempre concepito l’uomo come un animale tecnico, cioè come proteso alla creazione, attraverso la ragione scientifica, di supporti pratici che lo rendano meno vulnerabile all’ambiente esterno di quanto non lo siano le altre creature. Dove sarebbe, quindi, la novità? Non è però solo questione di una storia comune fra ieri e oggi: c’è dell’altro. Con la fantasia l’uomo ha infatti spesso anche previsto le fasi del successivo progresso tecnologico. E ciò vale anche per l’intelligenza artificiale: filosofi, letterati, utopisti, hanno immaginato nei secoli supporti in grado di migliorare non solo le nostre prestazioni fisiche ma anche quelle mentali. Constatato che il primo limite che l’uomo incontra è nella sua memoria e, successivamente, nell’organizzare le sue conoscenze, lo spagnolo Raimondo Lullo concepì, già alla fine del XIII secolo, un Ars magna, che, attraverso figure e simboli, non solo permetteva di trattenere una quantità enorme di conoscenze, ma anche di legarle fra loro in modo semplice e funzionale. Insomma, egli pensava che sarebbe stato possibile, sviluppando la sua tecnica, arrivare a un “sapere totale” attraverso l’uso di una “clavis” universale. Queste tecniche si affinarono e diffusero in tutta una corrente di pensiero, chiamata mnemotecnica, a cavallo fra l’età di mezzo e l’epoca moderna. Giordano Bruno le sviluppò nel suo De umbris idearum, pubblicato a Parigi nel 1582, fra l’altro sullo sfondo di un’idea di universo infinito e senza centro ove operano reti globali di comunicazione che ricordano il nostro Internet. D’altronde, cosa è l’intelligenza artificiale se non una “mente” simulata o parallela alla nostra che raccoglie e tiene presenti una infinità di dati, li processa (attraverso un uso sofisticato della statistica o calcolo delle probabilità) e li rende poi utilizzabili per delle nostre richieste precise? Il fatto interessante è che, se nella prima fase del suo sviluppo (suppergiù gli anni Cinquanta del Novecento), l’intelligenza artificiale faceva affidamento alla logica matematica, e quindi ad inferenze del tipo: «Se...allora....», oggi essa si basa su una logica computazionale simile a quella di Lullo e Bruno. LA BIBLIOTECA DI BABELE Ed ancor più a quella di Gottfried Wilhelm von Leibniz, che scrisse e pubblicò a Lipsia nel 1666 una Dissertatio de Arte Combinatoria in cui proponeva di formalizzare le nostre conoscenze in una Characteristica Universalis e poi di sottoporle a un Calculus Ratiocinator, cioè a un calcolo logico. Che “ragionare” fosse semplicemente calcolare era, d’altronde, un topos del tempo, attestato, fra gli altri, anche da Thomas Hobbes all’inizio del suo Leviatano. Ovviamente, la quantità dei dati a nostra disposizione è infinitamente superiore a quella su cui poteva contare Leibniz: sia perché le conoscenze prodotte negli ultimi secoli sono state tantissime; sia e soprattutto perché, da qualche decennio, le abbiamo immagazzinate nel web, che è ciò che in ultima istanza ci ha fatto compiere, insieme all’elaborazione di algoritmi sempre più sofisticati, quel portentoso salto in avanti che risponde al nome di intelligenza artificiale. Insomma, il web è la nostra “biblioteca universale”, quella Biblioteca di Babele che aveva immaginato Jorge Luis Borges in un racconto fantastico del 1941. Con l’unica differenza che la nostra non è fatta di carta, ma è, per così dire, della stessa “sostanza dei sogni” di shakespeariana memoria. E, visto che siamo passati ai narratori, come dimenticare quel geniale poeta-filosofo che fu Giacomo Leopardi? Pochi lo sanno perché viene considerato uno scritto “minore”, ma il recanatese fu autore, nel 1824, di un’ Operetta Morale dal titolo Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi. Qui Leopardi si prende gioco del suo tempo, da lui caratterizzato come “l’età delle macchine”, e della moderna ideologia illuministica delle “magnifiche sorti e progressive” (i sillografi erano, nell’antica Grecia, i creatori di versi burleschi). Perché gli illustri accademici, si chiede fra il serio e faceto, non mettono a concorso tre nuovi tipi di macchine “intelligenti”: una che faccia le parti dell’amico perfetto; l’altra che compirà solo azioni virtuose e moralmente irreprensibili; la terza, infine, che sia una donna perfetta da amare e sposare? Macchine non solo intelligenti, quindi, ma anche capaci di sentimenti, ovvero di simularli come fossero “veri”, cioè appunto “sentiti”. Non è questa la nuova frontiera a cui sembra avviarsi, a quanto dicono gli esperti, l’intelligenza artificiale?
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