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Estero
Così gli Usa gestiscono la nuova guerra fredda
Oggi 25-01-26, 08:46
Dismessi i panni di “nazione indispensabile” (panni che furono di Clinton, dei Bush e prima ancora di Kennedy, tutti con l’anelito di sorvegliare il mondo intero), gli Stati Uniti indossano quelli di garanti di un nuovo e obbligato sistema di sicurezza globale, che parte dalla difesa nazionale e dall’emisfero occidentale, si confronta con il rivale cinese, ridistribuisce le responsabilità agli alleati, dispone una mobilitazione industriale senza precedenti in tempo di pace (che pace infatti non è). La pianificazione fissata nella nuova Strategia di difesa nazionale è stata letta come un intenerimento di Washington verso Pechino e un giro di vite al sostegno dell’Europa e dei partner. Il Wall Street Journal ha scritto di «toni più conciliatori» verso la Cina, Politico che «la minaccia cinese non è più una priorità», la Bbc si è concentrata sul «supporto più limitato» che gli Usa offriranno agli alleati. Ammesso che la politica estera americana esista (Henry Kissinger sosteneva di no, ma che esistesse invece «una serie di mosse che hanno prodotto un certo risultato cui gli organismi di ricerca e di intelligence, stranieri o nazionali, tentano di dare una razionalità e una coerenza che semplicemente non hanno»), la pianificazione del Pentagono rende evidente che gli Stati Uniti guardano verso l’orizzonte e non i propri piedi, che non bisogna soltanto saper sopravvivere a una crisi temporanea ma che bisogna saper gestire un’era di competizione tra grandi potenze e di rivalità globale in cui le nazioni alleate e le catene di approvvigionamento diventano variabili cruciali. In questa nuova guerra fredda (Usa di qua, Cina-Russia di là), gli americani sanno di non essere più in grado di dominare tutti i teatri simultaneamente. La Russia è «una minaccia nucleare persistente ma gestibile» (e in ogni caso è affare degli europei), l’Iran resta problematico perché potrebbe tentare di ricostruire la bomba, la Corea del Nord è imprevedibile. Ma è la Cina il principale avversario, una minaccia crescente e a lungo termine perché la centralità economica, l’ambizione tecnologica e la modernizzazione militare convergono tutte e tre nell’epicentro della maggiore crescita economica del mondo, ovvero l’Indo-Pacifico. Da qui l’aggiornamento geoeconomico e geostrategico della Dottrina Monroe: per costruire un’arma di deterrenza credibile bisogna innanzitutto erigere mura a difesa di casa propria (Canada, Groenlandia, Artico, Canale di Panama, America centrale e meridionale), che funge da base industriale, è infrastruttura imprescindibile per la difesa e garantisce autonomia energetica. Dopo aver messo in sicurezza l’emisfero, gli americani devono impedire che Pechino domini l’accesso ai mercati dell’Indo-Pacifico, regione che rappresenta già metà del Pil mondiale. La risposta è la deterrenza lungo la First Island Chain, la prima serie di grandi arcipelaghi del Pacifico (tra gli altri, Giappone, Taiwan, Filippine) per gestire il confronto e limitare le mosse cinesi. Questa non è una novità: è dal 2018 che nei documenti del Pentagono si ripete che l’America non impedirà a Pechino di essere una grande potenza, sarebbe impossibile, ma ritiene imprescindibile conservare lo status quo. Nella nuova strategia, però, viene fatto un passo in più: viene messo nero su bianco che la competizione dovrà proseguire sotto la soglia di una guerra (nucleare). «La Strategia crea le condizioni per la pace attraverso la forza, non solo per il resto del mandato presidenziale, ma per molti anni a venire», si legge infatti. L’Europa? Non ha che da scegliere tra la maturità strategica e l’irrilevanza. Ha una base economica e demografica superiore a quella russa, la Nato ha fissato al 5% il nuovo parametro di riferimento perla spesa militare, deve essere in grado di gestire la difesa e di rivitalizzare la produzione industriale. Il banco di prova sarà la capacità di raggiungere e garantire la pace in Ucraina.
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