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Cultura e Spettacolo
Cosima, il romanzo postumo che spiega l’origine
Oggi 11-05-26, 08:35
L a personalità di un’opera risiede per essenza nella compiuta autenticità delle sue rughe. È nel frastaglio della sua genetica, nella fibra di un’architettura non domata. È dunque forse da questa consapevolezza che scaturisce oggi la necessaria restituzione editoriale di Cosima, il romanzo testamento di Grazia Deledda, pubblicato per la prima volta postumo nel 1936 e riedito lo scorso 21 aprile da Mondadori nella prestigiosa collana Oscar Cult (168 pp. , 10,50€). Molto più di un’operazione di catalogo in segno commemorativo, occasionata dalle celebrazioni del centenario del Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Deledda (ritirato nel ’27 pur se riferito al 1926), la nuova edizione premette e promette rinascimento sin dalla copertina: un’evocazione di gradi di blu a riempirla, interrotta da un ritaglio di un paio d’occhi in affaccio, nudi, glabri, dritti a interpellare chiunque scelga di avvicinarsi. Con una sezione introduttiva di natura biografico-critica firmata da Daniela Brogi, docente di Letteratura Italiana all’Università per stranieri di Siena, la curatela dell’opera è affidata integralmente agli studi ultradecennali di Dino Manca, professore di Filologia Italiana all’Università di Sassari, nonché ormai massimo esponente riconosciuto nell’ermeneutica filologica della letteratura sarda e ancor più delle opere deleddiane. Un impegno solido e meticolosissimo, poiché il filologo si configura come «un detective che deve restituire la verità del testo», racconta il professor Manca. «Nel caso di Cosima, romanzo senza titolo, scandagliare il processo correttorio d’autore interno al manoscritto, individuare le mani aliene che hanno alterato il testo originale e indagare il lavoro redazionale svolto da postumi curatori mi ha consentito di sorprendere della scrittura deleddiana, nel suo farsi, evoluzioni rivelatrici». Orfano di epilogo, Cosima serba infatti il mistero già nella sua genesi. È noto il chissà quanto attendibile mito del ritrovamento del manoscritto primigenio, costituito da 277 carte fortuitamente rinvenute dal figlio di Grazia, Sardus, in un cassetto materno. Ed è appurato che, assieme a Sardus, fu Antonio Baldini, redattore e poi direttore letterario della rivista Nuova Antologia, a proporre un non trascurabile reticolato di modifiche sul testo deleddiano, nel segno di presunto decoro, ad anticipare la prima pubblicazione di Cosima in due puntate proprio sull’autorevole rivista. Fu, quella, un’azione di bonifica di certi campi di trama, giudicati troppo esposti nell’esibire senza orpelli verità familiari scomode, quali l’insoddisfazione della protagonista nel legame col padre o la franca esposizione di alcuni difetti dei fratelli. Il rigore del lavoro filologico risiede dunque ancora qui, come “restauro dell’anima” del libro e ancor più volto a tutelare la storia dell’autrice dal rischio di manipolazioni e facilonerie. Comprese quelle biografiche. «Se non si stabilisce il fatto, anche l’interpretazione di quel fatto è inficiata ab imis», spiega Manca. «Il nome Cosima, ad esempio, è frutto dell’immaginazione della scrittrice. Il suo nome fu solo Grazia e nacque il 28 settembre 1871, non il 27, come invece ancora erroneamente risulta». Opera indocile come la vita che la generò, Cosima si configura come libro trionfale, pur se nell’esile fattura. L’immersione in una memoria che resiste, nitidissima, nel regalare una collana di fotografie letterarie della casa nuorese delle origini, delle persone amate in passato, dello stigma d’orgoglio legato allo spirito sardo. Forse stupisce la scelta deleddiana di scriversi come Cosima, a occhieggiarsi in terza persona: espediente narrativo o atto di traslazione di sé - volontario o meno- in mito? Il professor Manca interpreta valide entrambe le opzioni. «Mediante l’espediente narrativo e la trasfigurazione letteraria e metaforica dell’Isola con la sua opera si è realizzata una sublimazione junghiana di inconscio collettivo, un immenso archivio di simboli che si è tramandato nel tempo, strutturandosi attorno ad archetipi, fantasie e immagini primordiali condivise da un intero popolo, quello sardo». Prima e unica donna italiana a oggi insignita del Nobel per la Letteratura, Grazia Deledda, come scrisse Geno Pampaloni, «nella carta millimetrata del Novecento non collima mai»: non verista, non decadentista, dunque, ma ecosistema letterario pervicacemente autoctono. Voce granitica di una scrittrice che ha imposto il proprio universo a misura dell’universale.
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