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Roberto Saviano, la sua ipocrisia ha compiuto 20 anni
Oggi 24-04-26, 12:04
In occasione dei vent’anni di “Gomorra”, Roberto Saviano si è fatto intervistare ieri da Annalisa Cuzzocrea, su Repubblica, offrendoci un rosario di imperdibili perle filosofiche, morali e letterarie. Anzitutto, il titolo choc: «Adesso odio Gomorra, ma è colpa mia». Caspita, che novità... La Repubblica, 13 novembre 2006 (quindi 6 mesi dopo l’uscita del libro): «Non riscriverei Gomorra, la solidarietà è soltanto una parola». Il Mattino, 18 settembre 2007: «Con Gomorra la mia vita è cambiata e si è rotto il silenzio». Ancora La Repubblica, 15 ottobre 2008: «Io, prigioniero di Gomorra, lascio l’Italia per riavere una vita». Come sappiamo, fortunatamente è rimasto tra noi. Ma, fino ai giorni nostri, Saviano ha declinato lo stesso concetto in interventi, dibattiti televisivi e arringhe pubbliche con frequenza quasi settimanale. Ok, Roberto odia Gomorra. Ma perché? Dalla chiacchierata emerge un concetto: detesta il libro che gli ha regalato fama planetaria, milioni di euro, successo e influenza politica e letteraria perché gli ha sì stravolto l’esistenza ma, soprattutto, perché c’è stato chi non ha voluto saperne di vedere la vita e la storia come lui le vede. Saviano non ha tollerato che ci fosse chi lo ha contestato dal punto di vista dei contenuti. Lo confessa chiaramente: «Non ho perdonato, ma ho compreso». Ma, esattamente, che cosa dovrebbe «perdonare» Saviano? Chi dovrebbe «perdonare»? Criticare i limiti e le storture di un’opera così divisiva come “Gomorra” significa rischiare la fatwa? E che la fiction, oltre al libro, abbia fatto a Napoli più danni dell’eruzione del Vesuvio non lo sussurrano i colleghi giornalisti e scrittori invidiosi del suo successo, ma i veri addetti ai lavori. Saviano ribadisce che no, non è vero. «Oggi, se chiedi a un canadese che viene in Italia quali città vuole vedere, Napoli è tra le prime tre. Uno studio sul turismo ha parlato di effetto Ferrante ed effetto Gomorra», gongola lui. Questo, invece, è quel che pensa Nicola Gratteri, procuratore di Napoli a proposito della serie Sky tratta dal bestseller. «Abbiamo visto film sulla camorra, ambientati in questo territorio, nei quali c’è solo violenza. E la seconda stagione viene fatta ancora più violenta, poiché il pubblico è assuefatto. Se dopo averla vista un ragazzo porta i capelli come il killer che ha visto in tv, vuol dire che ho fatto dei guai». E ancora: «Ed è inutile che vada poi a parlare di Falcone e Borsellino in tv, se ho contribuito con la mia opera al fatto che quel ragazzo imita un camorrista». Per il capo dei pm antimafia, «non si tratta di tarpare le ali all’arte», di cui spesso si lamenta Saviano. «Da adulto, però», ha concluso Gratteri, «io devo preoccuparmi di quale fine farà la mia opera, se non appare mai un poliziotto, un magistrato, un prete, un insegnante... Quale messaggio darò?». Evidentemente, per Saviano è più importante il pensiero di questo tizio canadese. Contento lui... C’è tuttavia un chiaroscuro, una sfumatura leonardesca sullo sfondo che trasforma un’intervista costruita per innalzare un monumento in una sorta di seduta di psicanalisi. Ed è quando Saviano ammette: «Confesso che nei primi anni vivevo in una sorta di delirio. Ero sicuro che sarei morto, che mi avrebbero ammazzato, e gonfiavo il petto ancora di più, li sfidavo». Ha sfidato i camorristi, è vero, ma pure il buonsenso e la credulità popolare. Oggi giura che il momento più drammatico di questi anni è stato quando «è cominciato il processo Bidognetti (il boss di Castel Volturno, nel Casertano, che lo ha insultato in una lettera, ndr) e quando Salvini ha minacciato di togliermi la scorta». Eppure Saviano sa o dovrebbe sapere che Salvini da ministro dell’Interno non avrebbe mai potuto toglierti la scorta che viene assegnata da un apposito organo (l’Ucis) di cui fanno parte le forze di polizia. Una commissione tecnica, non politica. Ma vuoi mettere l’effetto commovente che fa?
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