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Estero
Davos, nella bonaccia arriva il ciclone Donald Trump
Ieri 21-01-26, 12:10
Se per capire il mondo contemporaneo e profilare il futuro occorre fare a meno di coloro che la storia la fanno, per timore delle proteste, allora il World Economic Forum di Davos può pure chiudere i battenti; oppure accendere i riflettori sui leader di Nauru, Tuvalu e Saint Kitts e Nevis invece che sui colossi come Usa e Cina. È bastato nominare Donald Trump, e il perbenismo peloso risolletica le pance dei moralisti a corrente alternata. Contestazione e riserve già comprese nel biglietto di ritorno del tycoon dopo sei anni, perché così si è in pace con la coscienza allineata e coperta anche se un po' meno con la conoscenza di cos'è, a cosa serve e soprattutto chi ha partecipazione in passato a Davos, presentando sul palco anche impresentabili omaggiati. Per Oscar Wilde, che se ne intendeva, l'atteggiamento morale è semplicemente quello che adottiamo verso chi ci è antipatico. Trump, che non è propriamente un mostro di simpatia e che guida col suo stile spiccio la superpotenza mondiale, ha già fatto adottare le misure di prevenzione morali con la macedonia servita alla mensa internazionale: blitz in Venezuela, braccio di ferro sulla Groenlandia, pugno di ferro con l'Ice anti-migranti. Contestazioni, imbarazzi, detti e non detti, sussurri e grida. Ma siamo poi sicuri che il metro adottato dagli svizzeri sia davvero lo specchio del proverbiale neutralismo elvetico, che non di rado sconfina nell'affarismo e nell'opportunismo? E siamo altrettanto sicuri della certificazione di qualità dei partecipanti allo “Spirito del dialogo” che è il cappello sotto cui si svolge l'edizione 2026? [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45945363]] Uno sguardo indietro. Xi Jinping nel 2017 venne accolto tra gli applausi come fosse un illuminato filantropo che si batteva per il libero commercio come manifestazione di libertà e di benessere. Quello che accadeva all'interno della Cina, perché anche i diritti universali dell'uomo valgono a certe latitudini e in altre no, poco importava. Gli applausi scrosciavano. Nove anni dopo l'occidente che applaudiva si ritrova con l'industria automobilistica demolita dalle vetture cinesi prodotte con “aiutino” di Stato per drogare il mercato, pezzi d'Africa con le terre rare sotto controllo di Pechino, monopolio sulle batterie della grande ubriacatura del green deal e la perdita di competitività dell'industria occidentale che si scopre pure in ritardo tecnologico. Bene, bravo, bis, come diceva Ettore Petrolini nel suo “Nerone”. Dal presidente rosso al presidente russo. Nel Vladimir Putin dell'ultima volta a Davos, correva il 2021, c'era tutto quello che era prima e puro quello che sarebbe diventato poi. Dal palco aveva esortato tra le ovazioni a fermare la lotta di tutti contro tutti, e infatti lui ne preparava una contro uno, Volodimyr Zelensky, per altro ancora in corso in Ucraina perché non si sa come fermare l'uomo del Cremlino. Applausi, più di quelli che aveva preso nel 2009, quando era primo ministro nel gioco delle due carte con Dmitrij Medvedev per lo scambio di ruoli, tanto dopo avrebbe fatto a meno anche dell'ultimo simulacro della sua autocrazia. Ma perché andare a sottilizzare? La Russia era necessaria alla fama europea di energia, così come la Cina lo era nella produzione di generi di consumo a basso costo, e se a Davos gli esperti di economia non avevano capito nulla di quello che sarebbe arrivato, mica era colpa loro: erano gli altri a non farsi capire. Trump invece lo capiscono tutti, anche se lo comprendono in pochi. Ha vinto le elezioni parlando chiaro, facendo poi quello che aveva promesso e strada facendo ci ha preso gusto, con genialate tipo quella di andarsi a prendere Maduro a casa sua mentre dormiva e adesso mettendo la Groenlandia nel mirino, giocando fior di analisti ed esperti, e ridicolizzando poco elegantemente il presidente francese Emmanuel Macron al quale ha detto che ha già in tasca il biglietto d'uscita dall'Eliseo. Gli Usa in Groenlandia hanno regolari e validi contratti d'affitto per 14 basi: a Washington basterebbe riattivare tutte quelle dismesse per avere il controllo militare pieno dell'isola di ghiaccio che si è scoperta ombelico geopolitico del mondo. Altro che i quattro gatti in uniforme invernale dei volenterosi europei, che hanno confuso la dimostrazione con la deterrenza e il decisionismo in scala col senso del ridicolo. Ma a Davos il presidente dal ciuffo ribelle arriva come uno che deve essere invitato per forza per il rango che ha, ma che non si farebbe accogliere nel salotto buono per i suoi modi inurbani. Non è mica il piacione di Barack Obama, che accendeva i cuori e l'anima dei progressisti e che addirittura veniva insignito del Premio Nobel per la pace prima ancora di scatenare o partecipare a un bel pacchetto di guerre. E non è neppure Joe Biden, il nonno che tutti avrebbero voluto avere perché capace di stringere la mano all'amico immaginario e poi al microfono di Davos parlare delle sorti e delle prospettive del mondo. Il francese Nicolas Sarkozy, quello che faceva faccette e risatine su Silvio Berlusconi assieme ad Angela Merkel e che ha destabilizzato la Libia con gli sconquassi arrivati ai giorni nostri senza che nessuno intraveda una soluzione, in ben due edizioni indicava la via della finanza globale e pura dell'etica di mercato. Una sicurezza in ambedue i casi. È finito come e perché sappiamo tutti, proprio per finanza ed etica che non stavano esattamente come nelle sue parole. Battimani allora per lui, parbleu, perché il genio va omaggiato, qualunque cosa dica. Non è solo il popolo che «quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo!», come sosteneva Petrolini satireggiando; ma sono anche i maestri del popolo dai prosceni internazionali, dalla politica all'economia e sempre col metro del potere e lo scrimine dell'appartenenza, della militanza e della convenienza. Una spruzzata di ipocrisia e altro giro di valzer. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45945361]]
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