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Dimissioni di Daniela Santanchè, nel totonomi per sostituirla anche Malagò e Caramanna
Oggi 26-03-26, 10:39
Raccontano che Giorgia Meloni si fosse presa (e avesse dato) un giorno di tempo, dopo la clamorosa nota uscita da Palazzo Chigi martedì sera, in cui auspicava che Daniela Santanchè mostrasse la stessa «sensibilità istituzionale» di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi e si dimettesse. Il tempo di andare in visita di Stato nella Repubblica algerina e tornare. Raccontano anche che, se al rientro a Roma non avesse trovato pronte le dimissioni del ministro del Turismo, lei stessa avrebbe provveduto manu militari. È vero che il presidente del consiglio italiano non può “licenziare” un ministro che non vuole andarsene e per liberarsene è necessaria una mozione di sfiducia individuale. Però può sfilare subito competenze e dossier al ministro, lasciandolo a capo di una scatola vuota. Un ulteriore segnale in vista del voto sulla mozione di sfiducia per Santanchè, già presentata dalle opposizioni e calendarizzata per lunedì. Al centrodestra sarebbe bastato astenersi per chiudere la pratica. Ma il dramma della sfiducia individuale - almeno quello - la maggioranza se lo è risparmiato. Alle 18, mentre l’aereo con Meloni a bordo decollava da Algeri diretto verso Roma, Santanchè ha annunciato le proprie dimissioni in una lettera in cui non mancano asprezze che a Palazzo Chigi hanno fatto inarcare più di un sopracciglio. Per esempio, laddove sostiene di provare «amarezza» per come è andata la vicenda e per essere costretta a pagare anche i conti «degli altri». Rientrata a Roma, la presidente del consiglio non ha commentato la vicenda in pubblico. Si è limitata a far sapere ai suoi di essere rimasta «delusa umanamente» dall’ormai ex ministro e di avere «rimediato a degli errori» chiedendole di lasciare il posto, dimostrando così che nel suo governo «non ci sono sacche di impunità». Spetta a lei, adesso, decidere come riempire quella casella rimasta vuota. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46990668]] Un’ipotesi è la “sostituzione lampo”, nello stile della staffetta già vista al ministero della Cultura tra Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli. I nomi validi con esperienza nel settore del turismo non mancano. Uno è quello di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni e della Fondazione Milano-Cortina. Un altro è quello di Gianluca Caramanna, deputato di Fdi con un curriculum di manager di importanti catene alberghiere, fino a oggi consigliere della stessa Santanchè. Tra le donne “papabili”, i cui nomi girano in queste ore, spiccano Marina Lalli, presidente di Federturismo, e Alessandra Priante, presidente dell’Enit. Se la scelta cadesse su una di loro, il rapporto tra uomini e donne nel governo resterebbe inalterato. Insomma, la “sutura immediata” è un’operazione possibile e quel precedente dimostra che Meloni ne apprezza i vantaggi, perché consente di chiudere subito il trauma e guardare avanti. In questo caso, già oggi si potrebbe tenere il consiglio dei ministri che archivia la pratica. Non sarebbe necessario un passaggio con un nuovo voto di fiducia in parlamento, come non lo fu per l’innesto di Giuli. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46990188]] L’alternativa è l’interim: la presidente del consiglio terrebbe per sé le deleghe del ministero del Turismo, in attesa di decidere a chi affidarle. Una scelta che potrebbe preludere a uno scenario più traumatico: un vero rimpasto di governo, con cui cambiare molti ministri e magari chiamare in squadra, al posto di Santanchè, un peso massimo della Lega come Luca Zaia. L’ipotesi del “Meloni bis” non ha mai convinto la premier, intenzionata ad arrivare alla fine con lo stesso esecutivo con cui era partita, ma in questo momento nessuna soluzione può essere scartata. Nemmeno quella del taglio netto e della ripartenza con una squadra diversa. Solo in questo caso estremo tornerebbe in discussione il ruolo di Carlo Nordio. Allo stato attuale, infatti, il ministro della Giustizia resta al proprio posto e nessuno gli chiede di andarsene. «Non c’è nessuna ragione per cui io mi possa dimettere», ha detto ieri rispondendo alle interrogazioni nell’aula di Montecitorio. Nel suo dicastero dovranno comunque essere nominati i successori del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Per il primo incarico si fa il nome della deputata Sara Kelany, pure lei di Fdi. Mentre il nome nuovo nell’altra casella dovrebbe essere quello di Antonio Mura, attuale capo dell’ufficio legislativo del ministero, molto apprezzato dal sottosegretario di palazzo Chigi Alfredo Mantovano. Dopo quello che si è visto ieri al Csm, infatti, pare difficile che la scelta cada sull’altro candidato, Vittorio Corasaniti, vicario di Bartolozzi. A Palazzo dei Marescialli sono state predisposte due delibere: la prima prevedeva che Corasaniti assumesse «le funzioni di capo di gabinetto», la seconda chiedeva di fargli «continuare a svolgere» l’incarico che già ha. Ed è stata quest’ultima a essere votata e approvata dal plenum del Csm.
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