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Donald Trump è fuori controllo: tutti gli insulti ai leader del mondo
Oggi 21-06-26, 05:15
Il trumpismo non fa prigionieri. Destra, sinistra, compagni di partito o leader di Paesi amici. Donald Trump non è mai sceso a compromessi in vita sua e non ha certo intenzione di farlo ora che siede sulla poltrona al centro dello Studio Ovale. Le frasi sulle presunte suppliche di Meloni per una foto sono solo l’ultima provocazione del presidente degli Stati Uniti. Nessuno, nemmeno il Papa, è esente dalle sparate del presidente americano. Basti pensare che di Leone XIV, primo Pontefice americano della storia, The Donald aveva detto: «Non sono un fan di Papa Leone, è un debole». Aggiungendo poi, con la solita modestia che lo contraddistingue: «Se io non fossi alla casa Bianca, lui non sarebbe in Vaticano». Il rapporto con il precedente inquilino della Santa Sede non è stato certo migliore. Più volte Bergoglio aveva criticato l’azione della prima amministrazione Trump intenta a costruire il muro con il Messico. La pacata reazione del Tycoon? «Se l’Isis dovesse attaccare il Vaticano, il Papa deve sperare che io sia il Presidente». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48248071]] ALLEATI, NON AMICI Tra i bersagli preferiti di Trump c’è senza dubbio il presidente francese Emmanuel Macron. Le frizioni tra i due hanno origini antiche e risalgono alla prima amministrazione del presidente repubblicano. Era il 2018 quando tra un «Make France GraetAgain» e l’altro, l’inquilino della Casa Bianca snocciolava sui social i numeri della disastrosa presidenza francese: «Il problema è che Emmanuel soffre di un grado di approvazione molto basso in Francia, del 26% e di un tasso di disoccupazione di quasi il 10%». Dissapori che non si sono certo placati con gli anni, tanto che neppure due mesi fa Trump non ha perso occasione per commentare la sfiorata crisi matrimoniale all’Eliseo: «Macron, la cui moglie lo tratta estremamente male... Si sta ancora riprendendo dal pugno che ha preso alla mascella». Chi ancora oggi ricorda la prima visita a casa di The Donald è di certo Volodymyr Zelensky. L’incontro del febbraio 2025 nello Studio Ovale, che avrebbe dovuto rappresentare la svolta nelle trattative di pace, si trasformò in un corpo a corpo in diretta mondiale. «Non sei riconoscente, non hai carte in mano», lo attaccò Trump, che poi insistette: «Stai giocando con la vita di milioni di persone, stai giocando d’azzardo con la Terza guerra mondiale». Quando c’è di mezzo una guerra, il presidente non le manda a dire a nessuno. Specie agli alleati. Ne sa qualcosa il primo ministro inglese Keir Starmer. «Non vogliamo che ci si unisca alla guerra quando l’abbiamo già vinta», disse Trump dopo l’iniziale rifiuto della Gran Bretagna a fornire le sue basi militari all’alleato americano. Il tutto, unito a un sarcastico «del resto Starmer non è Winston Churchill»... [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48247319]] Anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz, dopo aver criticato lo scoppio della guerra tra Iran e Stati Uniti, non venne risparmiato: «Il cancelliere della Germania pensa che vada bene che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non sa di cosa parla!». Proprio il leader della Cdu è stato protagonista di un altro grande classico della dialettica trumpiana: la battuta che sfocia in gaffe. «Il giorno dello Sbarco in Normandia non è stato un giorno piacevole per il vostro Paese», disse Trump sghignazzando in faccia all’omologo tedesco rimasto impassibile. Impassibile come la presidente giapponese Sanae Takaichi quando Trump usò Pearl Harbor per giustificare il mancato coinvolgimento degli alleati nell’attacco a Teheran: «Non avevamo detto nulla a nessuno perché volevamo sorprenderli (gli iraniani, ndr). Chi conosce meglio la sorpresa del Giappone? Perché non ci avete avvisato di Pearl Harbor?». Gelo in sala davanti al ghigno compiaciuto di The Donald. Restando in Asia, uno dei bersagli prediletti di Trump è il dittatore nordcoreano Kim Jong un, definito a più riprese «un “piccolo uomo razzo” impegnato in una missione suicida per sé e per il suo regime». Quella per i nomignoli è una vera e propria passione del presidente Usa. Ne ha avuti per tutti: da “Sleepy Joe”, ironizzando sulla lucidità di Joe Biden, a “DeSanctimonious”, per attaccare il governatore della Florida Ron DeSantis, suo competitor nelle ultime primarie repubblicane. Insomma, in patria conoscono benissimo il temperamento del presidente che non si ferma a guardare in faccia nessuno. E gli scivoloni non sono mancati, come il video - poi cancellato postato dell’account della Casa Bianca in cui Barack e Michelle Obama venivano rappresentati con le sembianze di due gorilla. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48243130]] IL 51ESIMO STATO Anche appena oltre il confine sanno bene quanto possa essere pungente Trump. L’ex premier Justine Trudeau venne definito «Meek and mild» (mite e mansueto) e, allo stesso tempo, «dishonest and weak» (disonesto e debole). Non sta andando meglio al suo successore Mark Carney: da quando il Tycoon si è messo in testa di annettere il Canada, gli si rivolge con l’appellativo di “governatore”. Questo è il trumpismo baby. E non fa prigionieri...
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