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Cultura e Spettacolo
Gli animali ridisegnano il confine tra uomo e natura
Oggi 09-04-26, 10:06
ltro che mindfulness, detox digitale e weekend offline. A volte, basta accogliere un animale trovato per far crollare la scenografia della vita civile e ricordarci che oltre il diktat degli orari, dalle mail e dalle nevrosi metropolitane, esiste ancora un mondo da scoprire. Su questa linea si muovono due libri, Un cane alla mia tavola di Claudie Hunzinger (Einaudi, tr. Anna D’Elia) e Io e la lepre diChloe Dalton (Neri Pozza, tr. Marinella Magrì). Il primo è un romanzo, il secondo un memoir nato da una storia vera, ma entrambi partono dallo stesso inciampo decisivo: un animale che irrompe nella vita di una persona e la costringe a rallentare, a misurarsi con una realtà ben più antica, ancestrale Io e la lepre ha una premessa attuale. Una consulente politica abituata all’adrenalina e alle crisi da gestire, si ritira in campagna e un giorno, sul sentiero trova un leprotto abbandonato. Le delicate illustrazioni di Denise Nestor, presenti nell’edizione originale, potrebbero far pensare a un libro di natura per ragazzi, a un quadretto pastorale; in realtà, nella prosa dell’esordiente Dalton, il brusco passaggio da Londra al fango, dal linguaggio strategico alla concretezza di un corpo selvatico da salvare, non assumi i tratti della favoletta morale. Dalton scoprirà che quel cucciolo può essere accolto, nutrito e protetto, ma non posseduto ed è proprio qui che il memoir trova la sua misura ideale. Il leprotto, infatti, non può essere piegato alle regole domestiche senza essere snaturato. Bisogna osservarlo, modificare la casa, impararne i tempi, accettare che resti altro da noi. È una lezione che dovrebbero tenere ben presenti tutti quegli influencer che fanno incetta di like “accogliendo” ricci, orsetti lavatori e persino lemuri, come se la natura esistesse solo per il loro diletto. Dalton, invece, capisce che la vera cura non coincide con il possesso: la lepre, fragile e selvaggia, non è un pupazzo terapeutico, ma un ospite che costringe la protagonista a ripensare il suo sguardo antropocentrico sul mondo. In Un cane alla mia tavola, Claudie Hunzinger racconta di una cagna ferita che una sera compare davanti alla casa di Sophie e Grieg, due anziani che vivono nei boschi. Sophie la chiama Yes e Hunzinger non accarezza mai il lettore nel verso del pelo. La natura, qui, non è il fondale terapeutico delle nostre stanchezze borghesi, ma una presenza brusca e selvatica, talvolta leopardesca nella misura in cui è crudele matrigna, più che amorevole madre. Yes non “migliora” i personaggi in modo edificante, semmai li costringe a fare i conti con la fragilità del corpo, con la vecchiaia, con la solitudine, senza ridurre il bosco a una scenografia. Se Dalton racconta l’incontro come apprendistato della cura, Hunzinger lo descrive come una scossa che strappa il sipario della favola civile. Da una parte, la pazienza di chi impara a convivere con una creatura che non potrà mai appartenergli; dall’altra, l’irruzione di una bestia che rimette al centro l’odore della paura e l’erotismo dei corpi, come se l’animale facesse saltare tutte le sovrastrutture culturali con cui gli esseri umani si illudono di poter essere al sicuro. Questi due libri raccontano una verità che oggi suona quasi scandalosa ovvero che la natura non serve a farci sentire migliori, ma più piccoli, rimettendo tutto nella giusta prospettiva. Nel celebre Trattato del ribelle (Adelphi, tr. F. Bovoli), ovvero nel suo “passaggio al bosco”, il filosofo Ernst Jünger indicava una via di resistenza all’uomo addomesticato e gregario, sottraendosi al rumore del mondo, all’omologazione e agli automatismi del potere. È la stessa intuizione che, in forme narrative diverse, riaffiora nel libro di Claudie Hunzinger e nel memoir di Chloe Dalton. Non sono racconti consolatori, ma narrazioni che ci ricordano una verità dimenticata: non tutto dev’essere necessariamente posseduto, spiegato o addomesticato. Dobbiamo accogliere una scintilla di caos e la libertà può prender sostanza da questa consapevolezza, dal coraggio di uscire dal recinto delle nostre abitudini per tornare a misurarsi con il mondo reale.
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