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Politica
Gli ex lottizzatori sono in crisi d’astinenza
Oggi 10-02-26, 08:46
L’ultima battaglia politica è sulla Rai, e sarebbe perfino una non -notizia, l’eco dalla notte della (Prima) Repubblica, non fosse per il capovolgimento smaccatamente farsesco che sta andando in onda (o che non andrà, a seconda delle ubbie del Progressista Collettivo). Si tratta in realtà di un canovaccio psicanalitico, più che politico, che potremmo sintetizzare così: gli ex lottizzatori compulsivi non hanno più il monopolio delle poltrone di viale Mazzini, dall’amministratore delegato all’usciere dell’ultima sede regionale, e versano in piena crisi d’astinenza. Ergo: abdicano a qualunque principio di verosimiglianza, e chiamano alla Resistenza catodica, contro il nuovo fascismo che ha la sua centrale nella direzione di RaiSport. Pare la trama di un thriller fanta-politico di serie B, è seriamente il dibattito che vogliono imporre al Paese. Essendo l’impresa visionaria al limite della temerarietà, non bastano le mezze calzette dell’anti-melonismo politico e mediatico, urge mobilitare le vestali della suddetta Repubblica, che è sempre la loro. In tema Rai, non c’è nessuno meglio di Roberto Zaccaria, che infatti ieri si è riaffacciato dopo tempo immemore sulle pagine 2 e 3 di Repubblica. Già consigliere di amministrazione della Rai dal 1977 al 1993 in quota Democrazia Cristiana, poi presidente designato sotto il primo governo Prodi fino al 2002, quindi deputato prima per la Margherita e poi per il Pd: una vita e una sfolgorante carriera al crocevia tra politica e radiotelevisione di Stato. Proprio per questo, suona un filo enfatica la sua denuncia della «strategia che pone le fondamenta di uno Stato autoritario», tessuta dal governo attorno alla tivú pubblica. Dimostrazione: l’intervento della premier contro la «deriva illiberale» che ha travolto Andrea Pucci, de facto accompagnato per acclamazione all’uscita dell’Ariston dall’odio dei Buoni, con la stessa Repubblica che infieriva sul «comico da terza media» (mentre la Littizzetto, si sa, si collocò a metà tra Chaplin e Buster Keaton). Già il fatto che il segno dell’attitudine autoritaria meloniana starebbe nel suo schierarsi con un artista aggredito nella sua libertà d’espressione, sarebbe sufficiente per consigliare a Zaccaria di rientrare nel confortevole oblio. Ma quando arriva ad accusare Meloni di «inventare un nuovo caso» per coprire «il caso Petrecca», il gioco è scoperto. Lorsignori devono pre-fabbricare “casi” in serie, per farla pagare ai bavosi destrorsi, rei di abbeverare (anche) i loro cavalli alle fontane di Viale Mazzini, un tempo porto sicuro dell’unico compromesso storico realizzato: la convivenza tra egemonia culturale gramsciana e gestione democristiana del potere (dicesi cattocomunismo). La telecronaca di Petrecca può aver avuto pecche ed è sicuramente soggetta all’esercizio della critica, ma quando il Cdr di RaiSport annuncia il ritiro della “firma” dai servizi sulle Olimpiadi e uno sciopero post-Giochi di tre giorni, è evidente che siamo fuori dalla professione, siamo nel terreno dell’ideologia. La prova definitiva arriva dall’ultima, fondamentale battaglia di civiltà dei deputa.
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