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Guardiola è un sogno Non svegliateci con Pirlo
15-07-2026, 10:24
Chiuso, non senza una certa fatica bizantina il capitolo riguardante il nuovo direttore tecnico della Nazionale, con l’insediamento di Paolo Maldini e di Leonardo nel ruolo di advisor (un termine, quest’ultimo, che evoca l’algida precisione dei consulenti finanziari ma che nel calcio serve soprattutto a nobilitare una squisita e fraterna complicità), ora servirà operare la più delicata scelta da parte del neo-presidente federale Giovanni Malagò. È lui, l’uomo delle sintesi olimpiche, a dover sciogliere infatti il nodo gordiano del prossimo commissario tecnico dell’Italia.«Si va verso la definizione di una shortist», ha svelato ieri. Malagò inoltre ha pronunciato una parolina che nel vocabolario della politica sportiva possiede la stessa scivolosa consistenza del mercurio: “condivisione”. Lo ha fatto a margine di un’evento benefico a L’Aquila, tra politici che correvano dietro a un pallone simulando un’improbabile giovinezza e cantanti che intonavano hit a ritmo di doppi passi. Lì, peraltro, tra un contrasto morbido e un sorriso di circostanza, si aggirava anche Roberto Mancini, l’ex ct che oggi brama il perdono federale dopo la nota “fuga in Arabia”. Mancini in lizza per il posto ci sarebbe. È la certezza rassicurante, colui che ha già conosciuto l’estasi e l’abisso azzurro, e che soprattutto costerebbe alle casse federali una cifra assai più ragionevole rispetto ad Antonio Conte, la cui ombra severa e intensamente esigente continua a stagliarsi sullo sfondo, sebbene i suoi parametri economici appartengano a un’altra categoria dello spirito (e del portafoglio). PURISTI Sempre meno, però, rispetto alla gran suggestione. Quella che fa brillare gli occhi ai puristi del possesso palla e tremare i contabili: Pep Guardiola. Nominare Guardiola in via Allegri ha lo stesso effetto terapeutico e leggermente allucinogeno di chi, di fronte a un bilancio familiare in profondo rosso, decidesse di sognare l’acquisto di un castello nella Loira. «Nessuno può negare che averlo sarebbe importante», ha sussurrato Malagò con quella prudenza democristiana di chi sa benissimo che il budget federale non coprirebbe nemmeno i caffè dello staff del catalano. Ma tra questi nomi e i vari outsider (come Stefano Pioli), il vero nodo, l’attrito silenzioso che rischia di incrinare già la neonata diarchia Maldini-Leonardo, risponde al nome di Andrea Pirlo. Sponsorizzato dal nuovo ticket dirigenziale, Pirlo rappresenta la scommessa romantica, l’idea che la genialità geometrica mostrata sul rettangolo verde possa, per una sorta di miracolosa osmosi intellettuale, trasferirsi intatta sulla lavagna tattica dello spogliatoio. Romantica è romantica come idea, ma visti i risultati in panchina dell’ex regista, e viste le macerie nazionali in cui si troverebbe a muoversi, un brivido di scetticismo è lecito provarlo. Perché c’è qualcosa, nella figura algida, distaccata e quasi astratta di Pirlo in panchina, che evoca lo spettro dei grandi equivoci del passato recente, basti pensare al generoso ma sfortunato esperimento di Gennaro Gattuso, anch’egli evocato come feticcio identitario e naufragato tra le onde di un calcio moderno che non fa sconti ai sentimentalismi. Più che una rivoluzione, rischierebbe di rivelarsi un elegante esercizio di stile destinato forse a scontrarsi con la prosaica e fangosa durezza dei campi di settembre. Dopo l’estate, infatti, la Nations League incombe (il 25 contro il Belgio, il 28 contro la Turchia) e il tempo dei sogni lascerà il posto al verdetto del campo. Malagò è stato chiaro: «Senza condivisione il rapporto viene meno». Significa che l’intesa tra la presidenza e la nuova area tecnica dovrà essere assoluta. Perché questa volta non sarà ammesso alcun errore.
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