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Economia e Finanza
Il commercio mondiale appeso a Hormuz
Oggi 01-03-26, 08:48
Due sono i parametri chiave attraverso cui valutare l’efficacia dell’operazione “Ruggito del Leone” con la quale Stati Uniti e Israele hanno attaccato ieri Teheran. Il primo è l’eliminazione fisica della guida suprema Ali Khamenei e dei suoi più stretti collaboratori. Il secondo è l’acquisizione del controllo della navigazione delle petroliere attraverso lo stretto di Hormuz. Non è da escludere che ve ne siano altri di risultati che gli attaccanti si sono prefissi di raggiungere. Ma per quanto lungo questo elenco possa essere, i due obiettivi appena citati stanno di sicuro in cima alla lista. E la notizia di oggi è che è ancora troppo presto per verificare l’esito della missione. L’Iran non è il Venezuela e quindi non è il “giardino di casa" di Washington. Pertanto l’eliminazione dell’ayatollah e della sua più ristretta cerchia di collaboratori è un lavoro che compete ad Israele. Quanto invece all’acquisizione del controllo dello stretto tocca agli Stati Uniti ed alla sua marina dispiegata a quelle latitudini darsi da fare. E soltanto domani, guardando le quotazioni del greggio, sapremo se e in quale misura gli Usa saranno riusciti ad evitarne effettivamente la chiusura ad opera degli iraniani. Fino ad allora calma e gesso anche se le compagnie di navigazione hanno in via precauzionale interrotto la navigazione lungo lo stretto. E conseguentemente l’Opec+ mette in preventivo di aumentare la produzione giornaliera di greggio per oltre 400mila barili al giorno al fine di evitare o mitigare lo shock ed incassare bei soldi. Regime e stretto di Hormuz sono parenti stretti; anzi gemelli per non dire siamesi. Il regime dura dalla bellezza di 46 anni proprio perché rivendica di fatto il controllo di quella lingua di mare. Lo stretto di Hormuz divide la penisola arabica (Oman ed Emirati Arabi Uniti) dall’Iran. È la porta di ingresso, e quindi di uscita, dal Golfo Persico. Una volta fuori dal Golfo, le petroliere cariche di oro nero si trovano di fronte ad un ideale bivio. Virano a sinistra e solcano i mari che le porteranno verso l’estremo oriente. Se invece si tengono a destra costeggiano Oman e Yemen. Entrano nel mar Rosso e da ß, navigando stretti stretti nell’istmo di Suez entreranno nel Mediterraneo. Quel petrolio è in parte destinato pure a noi. Da Hormuz transita grosso modo il 20% del greggio che viaggia per mare ogni giorno nel mondo. Una sua chiusura potrebbe determinare un’impennata delle quotazioni oltre i 100 dollari a detta di molti analisti. Stessa musica forse più forte - per il gas liquefatto prodotto dal Qatar. Il 30% passa dallo stretto la cui eventuale chiusura equivale ad una sorta di bomba termonucleare per il commercio mondiale. Per questo alla fine un po’ tutti hanno dovuto sopportare il regime di Teheran. Chiudere Hormuz non è impossibile, anzi. Nel punto più stretto è largo meno di 40 km. Ma le carreggiate di navigazione internazionalmente riconosciute verso nord e verso sud misurano sì e no 3 km l’una. Impensabile che Washington non avesse messo in conto quest’arma da fine del mondo. Che farebbe del male a tutti. Anche e soprattutto all’Iran che è costretta ad esportare praticamente solo in Cina il 90% del petrolio che vende oltre frontiera. E deve farlo pure a sconto. E deve farsi pagare pure in yuhan coi quali potrà comprare solo prodotti cinesi. Petrolio che secondo gli analisti viene trasbordato su navi malesi prima di arrivare in Cina. È così che Pechino evita le sanzioni secondarie imposte a chi fa affari con i persiani. L’attacco di Washington a Teheran è quindi soprattutto un attacco a Pechino. Dopo il Venezuela tocca all’Iran. Pechino potrà sedersi intorno al tavolo con Trump forte di una sentenza della Corte Suprema che limita il potere negoziale del biondo inquilino della Casa Bianca. Ma se fosse l’Iran a chiudere lo stretto, o peggio la casa Bianca ad averne il controllo, approvvigionarsi di petrolio a basso costo ed in più pagato con la sua valuta stampabile all’infinito, diventerebbe per Pechino un’utopia. Intanto l’Europa non pervenuta. Nemmeno spettatrice. Il governo Meloni farebbe bene a guardare a Washington anziché a Bruxelles. Oltreoceano si fa la storia. Su a Nord si raccontano storie.
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