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Economia e Finanza
Il dazio più potente? Un dollaro debole
Oggi 22-02-26, 12:34
La crescita economica americana rallenta a fine 2025. Secondo i dati del Bureau of Economic Analysis (BEA ovvero una sorta di ISTAT americana), il valore di tutti i beni e servizi prodotti negli Stati Uniti (cioè il Prodotto Interno Lordo o PIL che dir si voglia) è cresciuto solo dell’1,4% annualizzato nell’ultimo trimestre. Il dato tiene conto dell’inflazione. È in forte calo rispetto al 4,4% del terzo trimestre. Ed è comunque un dato molto al di sotto delle attese degli economisti che mediamente si attestavano intorno al 2,5%. C’è una spiegazione chiara dietro la brusca decelerazione; cionondimeno il dato della crescita americana è stato oscurato dalla decisione della Corte Suprema in merito alla bocciatura dei dazi. Ma, per quanto rallentata, l’economia americana è in salute. La diminuzione del tasso di crescita verrà sicuramente riassorbita nel prossimo trimestre. Questa spiegazione si basa su una motivazione solida: gli Usa hanno sopportato in questo trimestre il più lungo shutdown della storia fra il 1° ottobre ed il 12 novembre, 45 giorni di forzata chiusura e licenziamenti di dipendenti dell’amministrazione federale. In tutto questo lasso di tempo, infatti, il Congresso non ha autorizzato l’emissione di nuovo debito rispetto al limite massimo precedentemente deliberato. Ed in questo caso l’amministrazione americana viaggia a regime ridotto. Si può teoricamente verificare anche un default sui titoli del debito pubblico in scadenza. Ma proprio per evitare questo inconveniente, l’amministrazione chiude i cordoni della borsa e licenzia. Per poi riassumere una volta trovato l’accordo fra i parlamentari. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46452844]] DOPPIO SCENARIO BEA stima che la parziale chiusura di molti uffici della Pubblica Amministrazione abbia sottratto un punto percentuale circa alla crescita. Senza shutdown le previsioni degli analisti si sarebbero rilevate esatte. Continuano intanto a crescere i consumi e gli investimenti. In questo contesto si inserisce la sentenza della corte Suprema. Innegabile la sconfitta di Trump soprattutto sul piano politico. La sua leadership ne esce ridimensionata. Un po’ meno cocente la sconfitta sotto l’aspetto procedurale, però. Come infatti spiegato dalla nostra brava Costanza Cavalli, la Suprema Corte non ha bocciato la politica dei dazi in sé e per sé quanto piuttosto l’utilizzo di una specifica normativa rispetto ad altre a disposizione della Casa Bianca. Infatti, Trump ha già messo in atto il suo piano B attivando nuovi dazi prima al 10% e quindi saliti al 15% in meno di 24 ore. Mala sentenza potrebbe aprire nuove vertenze legali che finirebbero teoricamente per innescare un effetto catastrofico sulle finanze pubbliche americane potendo il Governo federale essere chiamato a rimborsare gli oltre 170 miliardi nel frattempo pagati dagli importatori. Ma anche nella gestione di questo scenario - non impossibile anche se la sua probabilità è tutta da dimostrare- gli Stati Uniti hanno utili strumenti nella loro cassetta degli attrezzi. E questo potrebbe avere effetti rilevanti sull’economia americana ed internazionale. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46459439]] Qualora infatti il governo fosse chiamato a mettere mano al portafoglio sono in linea di massima prefigurabili due scenari: il primo rovinoso per Trump in termini di politica interna. Ed il secondo scioccante invece per il resto del mondo. Ma, essendo che la decisione di come eventualmente fronteggiare i rimborsi sta nelle mani della Casa Bianca, il secondo scenario è più probabile del primo. Ma da questo partiamo. Trump mette mano al portafoglio per pagare i 170 miliardi di dazi “illegittimamente incassati” a suon di nuove tasse e tagli alla spesa pubblica. Sarebbe una manovra teoricamente non impossibile da effettuare sotto il profilo finanziario in un bilancio federale di oltre 7.000 miliardi. Ma sarebbe devastante per l’economia americana. E Trump si condannerebbe ad una sconfitta certa e matematica alle prossime elezioni di mezzo termine. Dove già è in svantaggio come da tradizione per i presidenti in carica soprattutto al secondo mandato. Perché mai dovrebbe quindi scegliere un’opzione così manifestamente autodistruttiva? STAMPARE MONETA La seconda scelta è invece quella di raccogliere il denaro emettendo nuovi titoli di stato sottoscritti dalla Federal Reserve. Ovvero la Banca centrale americana il cui governatore Powell, odiatissimo dal tycoon, è in scadenza come lo yogurt tempo poche settimane. Questa seconda opzione è fattibilissima. In pratica la FED stamperebbe dollari per 170 miliardi. E il suo attuale bilancio grosso modo pari a 6.600 miliardi di dollari salirebbe a meno di 6.800. A febbraio 2022 era pari a quasi 9.000 miliardi. Quindi Washington non avrebbe alcuna difficoltà a stampare dollari. Ma questa montagna di biglietti verdi finita oltre frontiera contribuirebbe ad ulteriormente deprezzare il dollaro rendendo l’economia americana ancor più competitiva. Mentre tutti guardano ai dazi, sono in pochi quelli che tengono d’occhio le quotazioni del dollaro. Con un euro un anno fa si comprava poco più di un dollaro. Oggi quasi 1,2. I dazi, cacciati fuori dalla porta, rientrerebbero dalla finestra sotto forma di dollaro debole. La morale è che non ci libereremo della politica tariffaria di Trump. Almeno per un bel po’.
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