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Politica
Il dissenso a sinistra è sparito nelle urne
Oggi 24-03-26, 11:58
C’è un’illusione nell’illusione, un abbaglio prospettico che va sviscerato, dentro l’esito del referendum. Ha un nome che era diventato un tormentone social, e già questo doveva insospettirci: #SinistraperilSì. Non che dietro l’hashtag non ci fosse una realtà, intendiamoci. Il punto è quale, e soprattutto quanta, realtà. Risposta: selezionata, e poca. Accademici, costituzionalisti, ex parlamentari o dirigenti del Pci-Pds alieni al nuovo corso “movimentista”, qualche intellettuale stanco di essere organico, battitori liberi espliciti. Eccezioni in senso tecnico e numerico, non sufficienti a rendere davvero il Sì trasversale nell’urna. IL GRANDE BLUFF Il bluff elettorale della Sinistra per il Sì (lodevolissima nicchia culturale) è stato infine stanato da due fenomeni politologicamente irreversibili. Il primo è la stessa mutazione genetica del principale partito della sinistra italiana di cui la leadership di Elly Schlein non è la causa, piuttosto la conseguenza finale. Diciamola con un dato, più efficace di cento tomi di sociologia: secondo la stima del Consorzio Opinio, il 90,4% degli elettori del Pd ha votato No. Cioè: il partito (sulla carta) erede di una tradizione intrisa di realismo, autonomia della politica, tentativi (perennemente abortiti) di ristrutturazione riformista del sistema, perfino di una sotterranea ma storica cultura garantista, è diventato la costola politica dell’Anm. Indistinguibile, di fatto, dal Movimento Cinque Stelle. Anzi, ancora più tetragono nella sua ortodossia giustizialista: tra gli elettori pentastellati il No è arrivato all’87%. Se consideriamo anche il 93,1% in bilico sull’integralismo di Alleanza Verdi e Sinistra, risulta evidente come da tempo nel pantheon progressista la toga d’assalto abbia scalzato il giurista illuminato: è il fronte di Gratteri, non di Augusto Barbera. IL PRINCIPE PARTITO E qui arriviamo alla seconda tendenza che svetta nel flusso referendario, anch’essa condensata attorno a un macro-dato, apparentemente controintuitivo: i No provenienti dagli elettori di centrodestra sono stati superiori ai Sì sbarrati dagli elettori di centrosinistra. La Sinistra per il Sì non esisteva, come fenomeno rilevante, anzitutto per un motivo questa volta di consolidata ascendenza gramsciana: perché il Partito, moderno Principe, ha sempre ragione. È la sempiterna teoria post(?)comunista della doppia verità, che un Richelieu de noantri in servizio permanente effettivo come Goffredo Bettini ha pubblicamente rivendicato: «Sono garantista, mi sono espresso più volte a favore della separazione delle carriere. Ma oggi il dibattito è così politicizzato che il voto è diventato un sì o un no a Giorgia Meloni». Un capolavoro di bispensiero orwelliano: non conta la realtà, delle cose e nemmeno delle mie convinzioni, conta l’utilità politico-ideologica, qui e ora, per assestare un colpo al Nemico in cui è trasfigurato ogni avversario quando governa. Non è un’agenda politica, è un presentismo isterico sul fascismo perennemente alle porte, sulla Costituzione più bella del mondo che non può essere toccata nei secoli (tranne quando a toccarla sono loro, dal titolo V in giù, è sempre il trionfo della doppia verità), sulla deriva autoritaria immaginaria da contrastare, a costo di avvalorare l’autoritarismo strisciante di una corporazione fuori controllo. «Se tu oggi voti No solo per mandare a casa la Meloni, potrebbe esserci il rischio che ti tieni sia la Meloni sia una giustizia che non funziona. Non mi sembra un affarone», aveva detto la premier. E aveva perfettamente ragione, solo che aveva argomentato in termini di costi/benefici. Mentre il binomio dominante nella sinistra contemporanea è puramente novecentesco, addirittura schmittiano: amico/nemico. Come dite, Schmitt fu presidente dell'Unione dei giuristi nazionalsocialisti? Interessante.
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