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Il green sta strozzando l'industria tedesca
Oggi 30-03-26, 12:13
Il fantasma della deindustrializzazione aleggia in Germania. Il fenomeno è al centro del dibattito. Il quotidiano Frankfurter Allgeimeine Zeitung (FAZ), molto letto negli ambienti che contano e punto di riferimento dell’establishment tedesco, ne parla apertamente in un articolo di ieri. Toni misurati ma netti. Dal 2017, in termini di valore aggiunto, la diminuzione è stata pari al 7,5%. Può sembrare una variazione statistica da nerd fissati con i numeri. Ma vista in termini di perdita di occupazione il dato fa un po’ più impressione. Sono andati infatti persi mezzo milione di posti di lavoro nel settore manifatturiero. A perdere colpi è soprattutto l’export, spina dorsale da sempre della crescita tedesca. Un modello che gli economisti chiamano export led. Dal 1980 le esportazioni tedesche hanno sempre superato il tasso di crescita dell’economia mondiale. Dal 2020 qualcosa si è rotto. Si sono svegliati i tedeschi. Credevano di aver trovato un nuovo mercato in Cina. Ma anche dalle parti della fondazione Bertlesman sono costretti ad ammetterlo. L’esportazione delle auto da quelle parti si è ridotta della metà ed “occorre trovare nuovi mercati di sbocco”. I tedeschi non si arrendono neppure di fronte alle evidenze. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46627257]] La politica americana dei dazi nasce sostanzialmente per colpa loro. “Paesi tra cui Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud hanno perseguito politiche che sopprimono il potere di consumo interno dei propri cittadini per aumentare artificialmente la competitività dei loro prodotti di esportazione. Tali politiche includono sistemi fiscali regressivi, sanzioni basse o non applicate per il degrado ambientale e politiche volte a sopprimere i salari dei lavoratori rispetto alla produttività”. Ho racchiuso fra virgolette dichiarazioni estratte dal documento ufficiale della Casa Bianca pubblicate il 3 aprile 2025 al momento dell’annuncio della politica dei dazi. Gli Stati Uniti accusano la Germania di affamare i propri cittadini per tenere il livello delle importazioni artificialmente basso. Se ti pago poco non consumi e quindi non importiamo. A questo si aggiungano le pratiche di manipolazione del cambio che agli Stati Uniti non sono andate mai giù. Del resto l’euro nasce sostanzialmente come un marco svalutato. Se preparo un cocktail con dentro marco tedesco, franco, peso, peseta e dracme ottengo un euro che per la Germania è un marco svalutato. «L’euro nasce come stratagemma per vendere le Bmw agli italiani ed ai greci» accusava già ai tempi il governatore Antonio Fazio. Ma spiegare la deindustrializzazione strisciante in Germania solo come conseguenza di politiche commerciali ritorsive degli Usa, o come soccombenza nei confronti della Cina, sarebbe riduttivo. In Italia le opposizioni rinfacciano al governo molti mesi di calo consecutivi nella produzione industriale. Ma la realtà è che il nostro sistema industriale è legato a doppio filo con quello tedesco. E se dal 2016 ad oggi la Germania ha perso il 10% in termini della produzione industriale, l’Italia ha tenuto sostanzialmente botta con “solo” un -3%. Sostanzialmente il peso della nostra manifattura sul Pil è rimasta invariata intorno al 16,5%. La Germania scende dal 22% al 20%. Ma è sul fronte dell’energia che la Germania ha fatto due scelte clamorosamente sballate. E ora paga pegno. La prima è quella di spingere oltre ogni limite di prudenza il matrimonio energetico con la Russia attraverso i gasdotti Northstream che gli assicuravano gas a basso costo. Aver raddoppiato quel gasdotto ha accelerato la volontà degli Stati Uniti di rescindere quel cordone ombelicale. Già nel primo mandato Trump tuonava come fosse incomprensibile che gli Stati Uniti avessero uomini e basi per proteggerli da un nemico (Mosca) con cui i tedeschi facevano affari. E l’amministrazione Biden da quelle parole è passata ai fatti. Risultato? Quel gas non c’è più. A questo si aggiunga la scelta tutta tedesca di sopprimere i reattori nucleari. Qui il livello di tafazzismo è fuori scala. Nel 2006 la Germania produceva col nucleare 170 miliardi di KWh. Molto più della metà, per darvi un’idea, di tutta l’elettricità che consuma l’Italia. Più di un quarto di quanto ne consumava la Germania. Oggi quel valore è zero. I tedeschi, in preda alla fregola del Green New Deal, dal 2000 hanno buttato nel cesso 500 miliardi per incrementare le installazioni di potenza di energia rinnovabile (eolico e fotovoltaico) in misura pari a quasi al 240%. Risultato: -13% circa in meno di energia prodotta a livello globale. In pratica, come prendere il Cialis per farsi una zaganella. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46699042]]
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