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Il piano Trump sul Golfo E la sfida a Europa e Cina
Oggi 20-03-26, 08:28
Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Giappone praticamente cinque degli stati membri del G7 esclusi Canada e Stati Uniti- assieme all’Olanda- il Paese del segretario generale della Nato Rutte che è stato fino a poco tempo fa primo ministro ad Amsterdam - hanno emesso una dichiarazione congiunta con cui condannano gli attacchi iraniani contro obiettivi civili ed infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo Persico. E volendo contribuire a ristabilire la libertà di navigazione lungo lo Stretto di Hormuz, si dichiarano pronti a fare quanto necessario. Ed intanto hanno ribadito di avere iniziato la fase di «pianificazione preparatoria». Gli Stati Uniti dal canto loro si sono dati un obiettivo temporale di due settimane per riconquistare quella lingua di Golfo riassicurando la normale navigazione. Molti media mainstream occidentali avevano salutato con evidente soddisfazione la “ribellione” degli alleati occidentali alla richiesta di Trump. Questi voleva che i partner intervenissero al suo fianco per aiutarlo a bonificare lo stretto. Imbarcazioni per dragare i fondali dello stretto liberandolo dalle mine che l’Iran avrebbe piazzato era ciò che la Casa Bianca aveva espressamente richiesto agli alleati occidentali. Di fronte all’iniziale rifiuto Trump ha quindi messo le cose in chiaro sottolineando due aspetti essenziali. Il primo è che la libera navigabilità dello stretto è prima di tutto un interesse dei paesi asiatici (Cina, India Giappone, Corea del Sud ed altri Paesi dell’estremo oriente) dal momento che l’80% del traffico navale proviene ed è diretto verso quel quadrante. In tale contesto la pressione principale è stata concentrata su Tokyo. Il 73% del petrolio che arriva in Giappone proviene dal Golfo. Situazione non dissimile per la Corea dove la percentuale si assesta al 70%. Seguono Pakistan, Cina ed India con rispettivamente il 60%, il 45% ed il 42%. Ma anche i Paesi europei non potevano chiamarsi fuori dall’impegno essendo che un buon 20% delle navi che transitano dallo stretto sono dirette verso il Mediterraneo passando per il Mar Rosso. Il solo ipotizzare che gli Stati Uniti avrebbero teoricamente potuto lasciare lo stretto al suo destino avrebbe gettato nel panico le economie dell’Unione Europea. Queste ultime hanno infatti talmente interiorizzato il concetto che alla fine gli Stati Uniti fanno sempre il lavoro sporco per loro che non hanno esitato un attimo a rispondere picche salvo poi ripensarci. Più cauta in tal senso la posizione di Giorgia Meloni impegnata negli ultimi giorni di campagna referendaria. Meglio astenersi da qualsiasi dichiarazione di supporto all’amministrazione Trump per non correre il rischio di trasformare un referendum sulla giustizia, già a sua volta raccontato come referendum sul governo, in una consultazione sulla guerra. La seconda cosa messa in chiaro da Trump riguarda la solidità dell’alleanza atlantica. Il Tycoon ha espressamente parlato di “test di solidità” con la sua richiesta. E di essere rimasto amareggiato dalla risposta negativa. A quel punto tutti a Parigi, Berlino e Londra hanno compreso che non c’era altra scelta che obbedire alla richiesta di Washington. Ed in tal senso il segretario generale della Nato Rutte ci ha messo del suo avvisando che chiunque intenda affrancarsi da Washington dentro la Nato di fatto «sogna ad occhi aperti». Nel frattempo Trump prosegue con mosse bizzarre ed apparentemente controintuitive volte a spiazzare la Cina. Dopo aver desanzionato il petrolio russo, il segretario al tesoro Scott Bessent ha ipotizzato di togliere le sanzioni sul petrolio iraniano attualmente imbarcato ed in mare. La mossa è dirompente. Ad oggi quel petrolio può comprarlo solo la Cina e lo fa a sconto. Ma senza le sanzioni, quel greggio torna sul mercato contribuendo a stabilizzare i prezzi in tensione. E se Pechino vorrà acquistarlo dovrà alzare la posta.
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