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Cultura e Spettacolo
Jürgen Habermas, con lui sparisce l'ultima illusione della sinistra
Oggi 15-03-26, 09:40
Oggi che non c’è più, in pieno ventunesimo secolo, possiamo dire che il Novecento se ne va definitivamente con lui. Jürgen Habermas non è stato solo un grande pensatore che si è mosso a cavallo fra filosofia e sociologia. Il suo pensiero ha anche accompagnato la trasformazione politico-culturale della sinistra nell’ultima parte del secolo: dal marxismo all’illuminismo critico, fino ad un europeismo che invece, visto come ultima àncora di salvezza perla sua parte politica, era considerato da lui alquanto acriticamente. Nato a Gammersbach nel 1929, laureatosi nel 1954 a Bonn con una tesi su Schelling, Habermas, morto ieri a Starnberg, era entrato nel mondo del pensiero dalla porta principale: nel 1956, ancora giovanissimo, lo troviamo a Francoforte assistente di Theodor Adorno in quell’Istituto per la ricerca sociale che, fra America e Germania, aveva elaborato una “teoria critica della società” che si riprometteva di aggiornare il marxismo alla luce delle trasformazioni della società industriale avanzata. Il nesso marxiano fra razionalità e dominio si esplicava, per la Scuola di Francoforte, nell’azione congiunta dell’impresa capitalistica e dello Stato burocratico-amministrativo. L’OPINIONE PUBBLICA A questi due assi portanti della modernità, Habermas ne aggiunse un terzo, fino allora poco considerato ma che nelle nostre società post-industriali è diventato sempre più centrale: quello dell’ “opinione pubblica”, il luogo deputato in cui si forma il senso comune e dove si elaborano le idee che sono proprie di una società e che facilmente influenzano e dirigono la sua vita politica. Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), la sua prima opera significativa, ebbe un vasto consenso fra gli studiosi: Habermas poneva al centro dei processi di legittimazione quella «sfera pubblica borghese» in cui, come egli disse, è «la verità e non l’autorità che fa la legge». Al contrario di Gramsci, che ben conosceva l’importanza del mito e dei simboli in politica, Habermas affidava alla ragione il compito di decostruire le false verità che secondo lui hanno corso nel dibattito pubblico, nonché di proporre soluzioni alternative in vista dell’emancipazione progressiva non solo delle classi subalterne ma dell’umanità intera. Era un ritorno in qualche modo a Kant, che veniva anteposto a Marx, e che segnerà sempre più negli anni successivi quella traiettoria più decisa, come ebbe a definirla, «dall’hegelo-marxismo al pragmatismo kantiano». Ma anche, possiamo dire, da una critica al sistema alla piena adesione alla democrazia: una democrazia sostanziale, però, da opporre alla democrazia formale o “borghese” che si era affermata in quella modernità che, lungi dall’avere esaurito il suo corso tanto da prospettare una “liquida” post-modernità, restava un “progetto incompiuto”. Il centro del discorso habermasiano diventa così l’agire comunicativo degli uomini in società e compito del filosofo quello di individuare e sconfiggere ogni tipo di «comunicazione distorta». Queste idee, che si affacciano già in Conoscenza e interesse (1968), vengono sviluppate soprattutto in opere come Teoria dell’agire comunicativo (1981), Etica del discorso (1985), Il discorso filosofico della modernità (1985), Fatti e norme (1982). Pur tenendosi lontano dagli eccessi del “politicamente corretto”, che intanto cominciavano a maturare, Habermas finiva per offrire una sponda colta e autorevole al processo di mutazione della sinistra in corso. Sia perché l’ideale di una “comunicazione non distorta” presuppone un’idea di verità distillata da centri di potere intellettuale e politico accreditati; sia perché la democrazia finiva per ridursi per lui ad un insieme di procedure. Non è un caso che dagli anni Novanta lo troviamo in prima linea a difendere e a contribuire, seppure in maniera indiretta, alla costruzione dell’Europa di Maastricht. Memorabili le sue polemiche con protagonisti grandi e piccoli del mondo intellettuale tedesco nonché il Manifesto europeista lanciato nel 2003 in una “strana alleanza” con un pensatore da lui lontanissimo come Jacques Derrida. Era una Europa, quella di Habermas, senza identità, laica e post-cristiana, del tutto indipendente dall’America, aperta ad apolidi e immigrati, esempio di un potere gentile e soft che avrebbe presto conquistato il mondo (Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa. Saggi, 2011; L’ultima occasione per l’Europa, 2019). Il tutto inserito in una piena adesione a quella società multiculturale che più che rischi offriva opportunità per una nuova riorganizzazione della società globale nell’ottica degli ideali regolativi kantiani di cosmopolitismo e “pace perpetua” (L’inclusione dell’altro, 1996; La costellazione post-nazionale, 1998). Tutte illusioni che la storia doveva contribuire rapidamente a dissipare. IL LIBRO CON RATZINGER Va infine ricordato che, da laico convinto, Habermas aveva trovato una certa sintonia con Joseph Ratzinger: contro il pericolo dell’eugenetica, insieme avevano affermato l’esigenza di rispettare e salvare la “natura umana” in un memorabile dibattito tenuto all’Accademia cattolica di Monaco nel 2004 (Ragione e fede in dialogo, 2005). Tutto nasceva da un libro, ancora oggi attualissimo, che Habermas, aveva scritto nel 2001 in risposta alle tesi post-umanistiche di Peter Sloterdijk, il filosofo tedesco che aveva osato sfidarlo come principale esponente del “consenso di Bonn”, cioè dell’egemonia culturale che si era creata intorno alle idee socialdemocratiche nella Germania Federale prima della caduta del muro (Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale). Grande pensatore, senza dubbio, ed erede di una tradizione fallimentare, Habermas è stato uno sconfitto dalla storia. Che non ha voluto né saputo capire nelle sue ultime evoluzioni.
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