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Cultura e Spettacolo
La bellezza del corpo femminile come una prigione da cui evadere
Oggi 10-04-26, 12:58
Tremate, tremate. Le streghe son tornate. Per trasformare la mostruosità della violenza in arte. Il femminile violato in body horror, rappresentazione dell’orrore sotto forma di espressione artistica respingente. Un happening in cui il mostro della contemporaneità anomica e antiestetica si mostra in tutta la sua natura delirante e inguardabile. In questo coraggioso crocicchio di strade al centro di Roma, nella Galleria Area Contesa Arte&Design delle sorelle Teresa e Tina Zurlo, al civico 90 di via Margutta, da oggi fino al 19 aprile prende forma e esplode in tutta la sua voluta brutalità Freak di Amanda Rosi, evento realizzato in collaborazione con Incandenza Comunicazione. Varcando le porte di quest’inferno muliebre, punto d’incontro capitolino tra dolce vita e avanguardia di ogni tipo, è bene mettere da parte l’idea di fotografie patinate e nudi da salotto buono. Nel cuore di Freak il corpo femminile, si altera, si contorce, si fa inquietante quanto comunicativamente efficace. Dietro l’impatto visivo - volutamente al limite – c’è un pensiero strutturato, ferocemente scorretto e mirato proprio a evitare il fatuo inganno dell’arte “impegnata” ma innocua. In tal senso si può ben dire che questa novena romana per Rosi rappresenti un passaggio coerente col suo percorso creativo iniziato con Animus Anima, progetto ispirato al cinema di Antonioni e centrato sull’incomunicabilità. Ma se allora il corpo era distanza, qui diventa prigione. Anzi: una prigione mostruosa. Ed è qui che l’esposizione trova la sua identità più radicale. Freak, infatti, è ciò che devia dalla norma e crea un cortocircuito disattendendo l’abitudine che vuole il corpo femminile addomesticato, estetizzato, in qualche modo pronto all’uso. Amanda Rosi lo trasforma in un incubo. Non per scioccare, ma per ribaltare lo sguardo con un immaginario che pesca a piene mani dal body horror, genere cinematografico spesso relegato ai margini ma qui rivendicato come linguaggio politico. Il rischio è sempre lo stesso: scivolare nel compiacimento del brutto. Trappola che Rosi evita grazie a una costruzione visiva rigorosa. Le dieci grandi stampe in mostra non sono, infatti, semplici immagini, ma tasselli di un’iconografia precisa, quasi ossessiva, che trova continuità nella video art e nel libro fotografico collegato. C’è una regia, si direbbe, più che una semplice esposizione. E poi c’è il tema, inevitabilmente divisivo, del corpo come luogo di controllo. Qui l’artista affonda il colpo: la biologia non è solo dato naturale, ma anche vincolo, limite, persino violenza. Una posizione che dialoga apertamente con il transumanesimo, visto non come fantascienza da laboratorio ma come possibilità di emancipazione. Un’idea forte, che farà storcere il naso a qualcuno, ma che ha il merito di non essere accomodante. Interessante anche la scelta di rifiutare qualsiasi lettura attrattiva del nudo. La provocazione destabilizzante qui è solo nella natura violenta, mostriforme e sporca che emerge del femminile violato. Che però, paradossalmente, così restituisce al corpo della donna una centralità autentica e proprio per questo convince, riportando la riflessione di chi guarda all’origine del pensiero che troppo spesso (quasi sempre) ha ridotto la fisicità femminile alla stregua di un simbolo virgineo o erotico. In ogni caso oggetto. Qui la femmina torna soggetto nel pieno della sua individualità scomoda e pensante. Tanto da mettere a disagio.
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