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Estero
La città del Laos in cui la Cina esporta crimine
Oggi 10-03-26, 12:04
Una città fantasma. Una città del crimine. Se ne vede la skyline dalla sponda thailandese del Mekong, il Grande fiume, “la Madre delle acque”. Il settimo flusso idrico più lungo del mondo, qui termina il suo alto corso, riceve l’affluente del Ruak e segna il vertice di tre stati confinanti: Thailandia, Birmania, Laos. Questo luogo si chiama Triangolo d’Oro, ma è anche, conradianamente, un cuore di tenebra. Ne parla Massimo Morello, corrispondente di quotidiani italiani dal Sudest asiatico, sulla sua terrazza vertiginosamente affacciata a quella Bladerunner che è la capitale thailandese, la quale alterna sfolgoranti grattacieli a sinistri e spenti monoliti riflessi nel Chao Phraya, altro fiume maestoso. Avendo letto il suo reportage “Asia criminale” (La nave di Teseo), scritto a quattro mani con Emanuele Giordana, vien voglia di visitare almeno una delle misteriose città di costruzione cinese, la cui economia è basata su attività di truffa informatica, schiavismo, gioco d’azzardo, prostituzione, traffico di stupefacenti, di armi e di esseri umani. «Emerge l’immagine latente di un vero e proprio sistema rafforzato dal crescente autoritarismo cinese e dal declino dell’influenza statunitense», spiegano gli autori. L’idea di metterci i piedi, da occidentale facilmente riconoscibile, appare vagamente insana. Ancor più quando, giunti ai piedi della statua del Buddha posta simbolicamente a guardia del confine tra Birmania, Thailandia e Laos, ci si accorge che il genius loci più che alla libertà dalle passioni, si è votato all’incommensurabile massa di soldi e di risorse che ci sono voluti per mettere in piedi uno scenario del genere. Siamo in pieno Triangolo d’Oro. Nel museo dell’oppio, oltre ai plastici sulla raccolta e la lavorazione del papavero, sul suo ruolo storico, sul commercio dell’eroina, c’è il manichino di un uomo accasciato dietro le sbarre di una fetida cella, ceppi ai piedi. Come a dire: non provarci. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46667086]] Dalla sponda thailandese i riflessi verdastri delle terrazze di ristoranti e alberghetti per viandanti, sulle note di qualche orchestrina, accompagnano lo sguardo all’altra riva, dove troneggia un palazzo mastodontico tutto fasciato in effetti speciali di luce come una discoteca o un luna park. Il Kings Romans Casino. Di fianco, nel cielo livido, giganteggiano una decina di falansteri di trenta piani, puro cemento grezzo. Spenti. Vuoti. Quella è Repubblica popolare democratica del Laos. Ma non del tutto. Chiedere allo sportello dell’Ufficio immigrazione non è rassicurante. Si può passare? Domani, forse. E perché vuole entrare nel Paese? Per giocare. Mi sento fortunato. Passare è essere esaminati con molta cura, a parte i 2mila baht del visto d’entrata (circa 55 euro). Permesso giornaliero, faccia scannerizzata, impronte digitali (tutte le dita), barca a motore in compagnia di un pugno di pendolari, attraccare a quello che più che un porto sembra un aeroporto, modulo da compilare a mano, divieto di entrare per lavorare (un giorno?), sguardo cupo del doganiere. La morbida accoglienza thai lascia il posto a volti di pietra. Una volta dentro, sei in Cina. Perché ai piedi del Kings Romans Casino, in questa oasi opulenta del gioco d’azzardo, tutto è cinese. Le scritte, per esempio. E soprattutto cinesi (ma anche qualche birmano, spiegano) sono alla reception, perché è un albergo di lusso, cinesi alla porta, croupier cinesi, guardie giurate cinesi, come quella che mi sta addosso. Una sala centrale sconfinata, cosparsa di tavoli verdi, black jack, roulette, slot machine tutt’intorno. Una Las Vegas asiatica. Ma non c’è quasi nessuno. Al centro, una mezza dozzina di persone fa corona intorno a un tipo di una quarantina d’anni che gioca, fuma sigarette (sono decenni che al chiuso non si fuma più da nessuna parte, ma qui, come si vedrà, vigono leggi speciali). L’uomo sembra ritagliato dal cast di un film di Cimino sulla mafia cantonese. Ogni volta che perde emette un alto urlo strozzato. Telecamere dappertutto. Anche solo l’idea di tirar fuori di tasca il telefono e fare una foto appare folle. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46684836]] Il mondo è pieno di Venezie. Da Las Vegas, a Baku, al Brasile, a Macao, a qui. Intorno al casinò aureo ce n’è una speciale, contaminata da statue greche, facciate neoclassiche, archi gotici a sesto acuto. Una via di mezzo fra la Serenissima e Neuschwanstein, con qualche spruzzata di stile moresco. Tutto è inanimato, il set di un film che non si girerà mai. A fianco, una Chinatown implausibile, in una città già di per sé sostanzialmente cinese; come ritrovare i Quartieri spagnoli ricostruiti al Vomero. Ma dove sono gli abitanti? Si vede anche dalle mappe satellitari. Solo i condomini grattacielo sono una sessantina, poi ci sono altri insediamenti, quartieri di superiore lignaggio, qualche albergo. A spanne ci dovrebbero essere 200mila persone. Ma dove sono nascoste? Nelle strade il traffico è irrisorio, nei supermercati, zeppi di merci, non si vedono clienti. A ridosso del parco a tema c’è un mercato coperto, semivuoto, dalla porta aperta di un bar di karaoke si intravede qualche avventore, qualche ragazza molto su di giri. Alle undici e mezzo del mattino. Che senso ha tutto questo? Emanuele Giordana, giornalista, saggista, e studioso del Sudest asiatico, ci dà qualche dritta: «Una parte di popolazione è rinchiusa negli edifici fuori mano dove si praticano le truffe informatiche. Sono persone che non sempre stanno lì di loro volontà, ma sono state attratte dalla promessa di altri lavori e private del passaporto. I controlli di polizia sono strettissimi. Io e una collega siamo stati fermati subito e perquisiti». Siamo in quella che per diritto è definita una Zona Economica Speciale (Zes); ma è un modo bonario per dire che qui vigono leggi di potentati economici (e criminali) che si sono comprati dal governo del Laos la facoltà di agire come a casa propria, perfino con un proprio sistema di polizia. Di mezzo c’è un colossale sistema di riciclaggio dei soldi provenienti da traffici internazionali, compresi quelli di eroina e metanfetamine legati all’economia del Triangolo d’Oro. Il grande capo di questa prigione distopica è il signor Zhao Wei. Il ministero del Tesoro Usa lo definisce un criminale. Per la Gran Bretagna è un trafficante di esseri umani. Idem per le Nazioni Unite. Questa città impossibile, che sulle carte è indicata come Van Pak Len, è chiamata Kapok Town, dal nome di una pianta che qui fiorisce. In un’intervista del 2012 a un quotidiano italiano, Wei, surreale, diceva di essere venuto a sostituire il papavero con il kapok. Ha esagerato. Da un paio d’anni le autorità cinesi l’hanno richiamato all’ordine. Molti scammer, dicono fonti locali thailandesi, si sono trasferiti in Vietnam e Cambogia. La città, anziché riempirsi, è stata evacuata. È come stare in un’Apocalisse. Silenzio. Odore di polvere, 32 gradi. Parcheggiate, interminabili limousine, sporche inchiodate lì da troppo tempo. Voglia di andare via alla svelta. Trovare a terra un mazzo di carte da gioco, sparse. Tenere per ricordo solo il re di denari.
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