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La steccata anti-Venezi degli orchestrali della Fenice
Oggi 02-01-26, 11:01
Anno nuovo, protesta vecchia. “Dalle alla Venezi” resta il ritornello preferito degli orchestrali del Teatro La Fenice di Venezia che non hanno mollato la presa contro la nomina della nuova direttrice Beatrice Venezi (il cui insediamento è previsto nel prossimo mese di ottobre) neppure nel solenne giorno del Capodanno in cui, di fatto, l’ente lirico lagunare diventa il palcoscenico italiano dove il BelPaese mette in mostra le sue virtù musicali all’inizio del nuovo anno.Fatto sta che, sebbene gli abiti e le note della festa con i musicisti eccellenti esecutori siano tornati al loro posto, sottotraccia, anzi sotto forma di una spilletta - una chiave di violino con un cuore al centro, nera su fondo dorato, i colori del teatro - indossata da tutti gli orchestrali, compreso il maestro Michele Mariotti, continuava a ruggire la protesta che vede i musici ormai da mesi trasformarsi in soldatini da trincea del culturame post comunista contrario al governo Meloni. I grandi applausi e le melodie eterne di romanze come Nessun dorma o Casta Diva non hanno dissuaso i battaglieri artisti dall’insistere nel soffiare sulla fiamma della contrarietà alla nomina del cda del teatro a favore della direttrice d’orchestra toscana e dopo lo sciopero che, in autunno, ha fatto saltare la prima a favore di una assemblea permanente di piazza, ieri è andata in scena la protesta muta. Un gesto discreto che almeno stavolta non ha interrotto la musica. Unico aspetto positivo di una presa di posizione preconcetta e inspiegabile se non attraverso lenti ideologiche e pregiudiziali che certo non fanno onore alla carriera di artisti che dovrebbero essere al di sopra di tali cascami del secolo. Ma evidentemente così non è. E le posizioni restano cristallizzate.Con il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro che è anche presidente della Fondazione La Fenice, tornato a perorare la causa di Beatrice Venezi, lanciando anche idee alternative come «fare una trasferta “in campo neutro”, in maniera tale che si possano conoscere e vedere se possono suonare insieme. Sto lavorando per che questo possa essere fatto», ha detto il primo cittadino veneziano. «È chiaro che gli interlocutori devono essere tutti, perché posso inventarmi di fare continuamente proposte ma se poi c’è qualcuno che alza i toni e dice che sono provocazioni... Voglio chiedere la pace, fare accordi. Ho detto che speriamo di vincere tutti e continuo a pensarla così». In platea ad assistere al concerto, in rappresentanza della maggioranza di governo anche il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone che, proprio per lasciare intendere la buonissima volontà del governo e della maggioranza oltra all’apprezzamento del lavoro dei musicisti della Fenice, ha voluto addirittura indossare lui stesso la spilletta come omaggio al teatro e ai suoi artisti. «Sono convinto che il 2026 possa portare con sé un clima di concordia, non solo per la Fenice, ma anche per tutti gli enti lirico-sinfonici» ha detto il deputato di Fratelli d’Italia.«Vogliamo dimostrare che non c'è chiusura, ma apertura al dialogo e al confronto, a condizione che tutti i ruoli siano rispettati, a partire da quello del direttore dell’orchestra Beatrice Venezi», unico punto su cui, evidentemente, non si può ammettere trattativa e su cui, viste le posizioni degli orchestrali, ogni buon proposito crolla mestamente al suolo come nemmeno la Tosca dal Castel Sant’Angelo. «Desidero anche sottolineare – ha detto ancora Mollicone - che maggioranza e governo hanno fatto molto per il rinnovamento del contratto dei lavoratori del settore dopo oltre vent'anni di blocco. Abbiamo infatti garantito un aumento del 4% dei minimi salariali e affrontato il problema del turn over, riconoscendo alla lirica il ruolo di patrimonio culturale immateriale dell’umanità attraverso lìUnesco. Questo impegno dimostra un’attenzione senza precedenti». Nonostante ciò, alla Fenice, sebbene il celeberrimo valzer della Traviata abbia ben risuonato nel Capodanno veneziano, non è affatto tempo di libare in calici che sembrano essere sempre più avvelenati, ben altro che lieti.
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