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Lee Mongerson Gilley accusato di omicidio implora l'Italia: "Datemi asilo, rischio l'esecuzione"
Oggi 10-05-26, 05:00
Fino a pochi giorni fa, al Centro per i rimpatri di Torino, era l’unico ospite bianco occidentale. Alto, occhi azzurri, capelli quasi rossicci con un ciuffo sul lato sinistro, barba rasa di qualche giorno. Difficile passasse inosservato. E infatti lo hanno già trasferito: Lee Mongerson Gilley, adesso, si trova nel carcere, al Lorusso e Cutugno, dello stesso capoluogo piemontese. Eppure la sua permanenza lì è tutt’altro che scontata. D’altronde, quando le autorità hanno capito chi fosse, lui si è limitato a dire che non poteva tornare a casa sua, a Houston, sano e l’arrestano. Va avanti ancora per settimane dato che Gilley ottiene la libertà vigilata con l’obbligo del braccialetto elettronico grazie al pagamento di una cauzione milionaria. Solo che, a questo punto, decide di darsi alla macchia. Si disfa, vai a capire come, della cavigliera e prende un aereo per il Canada. Non è Montréal la sua destinazione finale. Usa documenti falsi, si fa passare per un altro, lunedì sbarca (finalmente) al Malpensa-Berlusconi di Milano. Al controllo passaporti prima presenta un documento intestato a Oliver Lejeune, un cittadino belga: evidentemente c’è qualche problema e allora ne allunga un altro, a nome Jan Malet, di nazionalità americana. Che ci sia qualcosa di strano lo capisce all’istante l’agente della Polaria che lo intercetta; Gilley, a questo punto, crolla (cioè confessa le sue vere generalità) e per lui arriva una segnalazione del Federal bureau of investigation, cioè della polizia federale statunitense famosa più che altro col suo acronimo (Fbi), che spiega perché la sua corsa deve finire allo aereo-scalo milanese. Gilley allora scopre tutte le sue carte: «Chiedo protezione per salvare la mia vita», dice, «negli Usa mi perseguitano per un crimine che non ho commesso e sono vittima di un accanimento mediatico pericoloso. Non ho goduto di un trattamento giusto, ho invece rischiato tutto per venire in Italia per salvarmi. Spero di poter vivere in una società che mi accetti. Quella da dove provengo mi ha rifiutato e mi terrorizza. Rischio la pena di morte negli Usa anche se sono innocente». La questura di Varese deve formalizzare una richiesta di protezione internazionale, è la procedura: il 5 maggio il texano finisce al Cpr di Torino; qualche giorno dopo la corte d’appello di Milano convalida il suo fermo, l’intervento dell’Interpol lo spedisce al Lorusso e Cutugno, il resto è una pagina ancora da scrivere, in punta di diritto e con più di un cavillo che balla. Sì, è vero, con gli Usa il nostro Paese ha un trattato bilaterale sull’estradizione che la rende fattibile, però esistono anche gli accordi tra Washington e Bruxelles del 2003 circa la pena.
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