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Estero Europa
L'Europa voleva già chiuderci in casa
Oggi 18-04-26, 09:50
Il problema dell’Unione Europea è anzitutto percettivo: vive e agisce (verbo che è più che altro un auspicio ottimistico) in un altro spazio-tempo. C’è l’accelerazione della Storia nel suo accadere, e poi c’è la coazione a ripetere dell’Eurocrazia, gli stessi riti, le stesse parole d’ordine, la stessa, ormai irreversibile, marginalità. La giornata di ieri, da questo punto di vista, è stata straniante, quasi il trionfo della relatività einsteiniana. Poiché come sempre il miglior commento è nella notizia, riportiamo a titolo di esempio l’incipit di un’agenzia della sera che pareva una burla: “Dopo settimane di confronto, Bruxelles è al lavoro per definire gli ultimi dettagli del piano Accelerate Eu, atteso per il 22 aprile. Contiene una serie di misure per fronteggiare la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente”. Mentre lorsignori si confrontavano, definivano, limavano, cesellavano nei loro uffici, là fuori, in quella fastidiosa appendice della Commissione che è la realtà, si materializzava il game-changer. La riapertura dello Stretto di Hormuz, la rimozione della macro-causa della “crisi energetica” su cui si scambiavano disegnini da settimane, la sparigliata trumpiana che può essere pazzotica ma sicuramente è diplomazia attraverso la forza, mentre il loro è un costante, autoriferito esercizio di debolezza. Concettuale, anzitutto. Essì, perché mentre avanzava il negoziato impensabile eppure realissimo tra i pasdaran e lo Zio Sam, la classe dirigente europea, presa dal proprio furore dirigistico davanti allo specchio, aveva ripescato quella che non è più una strategia (ammesso lo sia mai stata), ma ha ormai tutti i tratti riconoscibili dell’ossessione monomaniacale: più austerity per tutti. Di seguito, i punti salienti (risate in sala) di quello che i giornali eurolirici hanno seriamente chiamato “il Piano Ue contro la crisi”. Anzitutto, il grande classico della «riduzione volontaria dei consumi» (che suona un po’ come la rinuncia volontaria alla proprietà privata sotto il socialismo reale), soprattutto sui fronti del riscaldamento e dei trasporti. La mitologica “bozza” raccomanda quindi di: limitare l’uso di energia in casa, modificare le impostazioni di caldaie a condensazione e sistemi di climatizzazione negli edifici pubblici per ridurre i consumi di riscaldamento e raffrescamento, intervenire sugli impianti centralizzati anche degli edifici commerciali per abbassare la temperatura. Ovviamente, si prevede di «incoraggiare le imprese» (è la versione bonaria dei Piani quinquiennali sovietici, anche nel linguaggio) a garantire almeno un giorno di telelavoro obbligatorio a settimana, e di chiudere «quando possibile» gli edifici pubblici (che poi sarebbero quei luoghi in cui i cittadini vedono tradursi le proprie tasse in servizi erogati, altrimenti si chiamerebbero sudditi). Nelle (ancora per poco) città, si punta a zone a traffico limitato e giornate senz’auto (specie le volgari e inquinanti utilitarie di quei proletari che affluiscono dal contado per lavorare), mentre alle amministrazioni e alle imprese viene raccomandato di limitare i viaggi aerei. È ancora e sempre Greta Thunberg, la loro stella polare. Trump applicherà anche nella sua postura geopolitica la nixoniana teoria del pazzo, ma gli estensori di questi vademecum dadaisti propongono pazzie nella pratica: non spostatevi, non lavorate, non riscaldatevi, non lavatevi. Non vivete, sostanzialmente, perlomeno nel senso compiutamente umano: d’altronde l’attività dell’uomo, come da pedagogia gretina, è colpevole in sé. Sono stanchi passatempi ideologici, sempre in bilico sul lockdown, vero feticcio e catalizzatore dell’ossessione delle classi dirigenti europee. Chiudete tutto, lasciate fuori dalla porta la fiumana della Storia. Che a un certo punto irromperà dalle finestre, e lascerà di costoro quel che meritano: nulla.
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