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L'ingiustizia è uguale per tutti: nell'urna vincono meridionalismo e menzogne
Oggi 24-03-26, 06:01
L’ingiustizia è uguale per tutti e ci terremo per i prossimi 20 anni questo sistema della magistratura fallimentare, giacobino, asservito alle correnti della politica e contro gli interessi del cittadino. Gli elettori hanno votato, massimo rispetto, ma il problema resta e la difesa della Costituzione nulla c’entra in questa storia. Le lezioni del referendum sono molte, penso sia un esercizio in gran parte inutile perché l’unica domanda che conta, per il centrodestra, per il governo, per Giorgia Meloni, per noi, adesso è quella del compagno Lenin: che fare? Tra i tanti spunti, il primo, il più interessante, mi sembra quello che riguarda la separazione non delle carriere ma del Paese in due parti: la prima è quella produttiva, del Nord, dei ceti che sono dedicati all’impresa, l’Italia del fare che ha votato Sì; la seconda è quella del Mezzogiorno, un’Italia assistita, attaccata come la cozza di Giovanni Verga allo scoglio del reddito senza lavoro, alle pensioni di invalidità, alle promesse che dai tempi di Lauro arrivano fino al presente con le mirabolanti trovate economiche del presidente della regione Campania, Roberto Fico, già noto alle cronache per non aver mai combinato niente prima di approdare alla Presidenza della Camera. Sono due Italie alle quali bisogna guardare con realismo. Tra poco più di un anno andremo al voto, il governo deve organizzare due piani, uno per i ceti produttivi e uno per il Mezzogiorno che non ha votato la riforma. Dov’è la risposta? Al ministero dell’Economia, servono soldi, provvedimenti fiscali, passano attraverso uno strumento che si chiama legge di bilancio. Nella Prima Repubblica a un voto come quello di ieri sarebbe seguito un vertice di maggioranza, un colloquio del premier con il Presidente della Repubblica, un rimpasto di governo, in questo caso chirurgico, profondo, in alcuni posti chiave e con un ridisegno di alcuni ministeri, con lo scopo di rafforzare l’azione di governo alla fine della legislatura. Non fare nulla? Il rischio di logoramento è alto. Voto anticipato? Chi apre la crisi di solito non la chiude e le elezioni le decide il Quirinale. Non so cosa accadrà, quali saranno le decisioni di Meloni, ma di certo ieri è successo qualcosa di importante. Lei, Giorgia, è stata una leonessa, ha combattuto contro la macchina della menzogna, ma questa campagna è stata hackerata almeno un anno fa. Il centrosinistra ha aggregato fasce sociali che erano completamente scollegate dalla politica, mi riferisco in particolare ai giovani che sono stati “coltivati” nelle scuole, nelle università, con la propaganda pro-Pal, il pacifismo parolaio, l’antisemitismo, un’ondata di slogan e falsità contro Israele, contro gli Stati Uniti d’America, contro gli ucraini massacrati dai russi. Ora sappiamo a cosa serviva spargere i semi dell’odio, c’era una ragione e uno scopo: calamitare queste schegge di società che non votavano, una galassia confusa di idee al quale la sinistra barricadera ha offerto cinicamente la testa di Meloni, non in difesa della Costituzione, ma per il loro bottino elettorale, in nome dell’ayatollah, di Hamas, di Hezbollah (celebrati nei tg e nei talk dell’inesistente TeleMeloni). Coalizzare in giovani, contro Netanyahu, contro Trump, passando da Khomeini a Khamenei, dal padre al figlio. A cosa è servito osannare i lanci di missili contro Israele e i Paesi arabi? A strizzare l’occhio ai giovani smarriti nell’utopia antisemita, a aggiungere un mattone mancante all’edificio del campo largo. Il centrodestra non può ignorare questo dato (deve tenerne conto senza inseguirlo, perché di segno opposto ai valori occidentali ai quali devono ispirarsi i conservatori, i liberali), perché nel centrosinistra ci sono 2 milioni di voti aggiuntivi (giovani, astenuti cronici resuscitati e qualche evaso dal centrodestra) che hanno fatto la differenza portando la cifra dei consensi a un totale di 14,4 milioni contro i 12,4 del centrodestra. Hanno aggiunto un pezzo, mutuando una strategia americana, da coalizione che fu di Obama, incoerente sul piano degli ideali, ma efficace dal punto di vista elettorale. Per farlo hanno mischiato le carte, raccontato bugie, solleticato la fantasia degli elettori ivi compresi, come dicevo, quelli che inneggiano al pacifismo e stanno sempre dalla parte sbagliata della storia. Le elezioni politiche saranno un’altra storia, ma bisogna pensare a una strategia diversa, perché ieri il mantra di Elly Schlein e Deborah Serracchiani era quello di dare la possibilità di votare ai fuori sede, traduzione: agli studenti delle università, la fucina del nuovo radicalismo che ha dato il contributo decisivo alla vittoria del fronte del No. L’Associazione nazionale magistrati ha sfruttato abilmente la situazione, ha guidato la campagna, ha usato la sinistra, salvato il suo enorme potere, ipotecato la Giustizia per il prossimo ventennio e ieri ha festeggiato rivelando il suo estremismo ideologico cantando “chi non salta Meloni è”. Toghe rotte.
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