s
Tutte le prime pagine di oggi su Giornalone.it
L'Italia che produce non può più aspettare: liberiamo imprese e lavoro dal peso di tasse e burocrazia
Ieri 18-08-26, 21:58
Le piccole e medie imprese sono ancora l’ossatura del sistema produttivo italiano. Ma tra pressione fiscale, costo del lavoro e burocrazia, fare impresa è diventato un esercizio quotidiano di resistenza.Mi permetto allora di dare, con molta umiltà, un consiglio non richiesto alla politica tutta: è arrivato il momento di scegliere se continuare a considerare le aziende prevalentemente come soggetti da tassare oppure riconoscerle fino in fondo come uno dei motori indispensabili della crescita del nostro Paese.C’è un’Italia che ogni mattina apre i cancelli di un capannone, alza la saracinesca di un negozio, entra in un laboratorio, accende i computer di un ufficio e comincia a produrre e a lavorare. È l’Italia degli imprenditori, degli artigiani, delle piccole e medie aziende e dei loro dipendenti. Un’Italia che raramente conquista le prime pagine dei giornali, ma senza la quale il Paese semplicemente non funzionerebbe.Le piccole e medie imprese non rappresentano un elemento marginale della nostra economia: sono una componente strutturale del sistema produttivo italiano.L’Istat considera, nella propria rilevazione sulle PMI, le imprese con meno di 250 addetti, raccogliendo dati economico-finanziari sull’occupazione, sugli investimenti e sui costi del personale. Le componenti dei ricavi e dei costi rilevate contribuiscono inoltre al calcolo del valore aggiunto nell’ambito dei conti economici nazionali. Dietro questi numeri ci sono persone che investono capitale, assumono rischi e responsabilità, pagano stipendi, cercano clienti, esportano, innovano e spesso impegnano una parte considerevole della propria vita nella propria azienda.Oggi essere imprenditori in Italia significa resistere, con sempre maggiore difficoltàDefinire l’imprenditore italiano una sorta di “eroe” può sembrare una provocazione. Ma, a mio avviso, non lo è affatto.Chi continua a investire, assumere e rischiare in un sistema caratterizzato da un’elevata pressione fiscale sul lavoro, da una burocrazia spesso pachidermica, da adempimenti continui e da una complessità normativa difficile da gestire compie ogni giorno un autentico esercizio di resistenza o, addirittura, un gesto eroico. Un imprenditore dovrebbe impiegare il proprio tempo soprattutto per produrre, innovare, trovare nuovi mercati, assumere persone e rendere più competitiva la propria azienda.Troppo spesso, invece, una parte delle sue energie viene assorbita da scadenze, procedure, autorizzazioni, norme e adempimenti.La burocrazia, quando diventa fine a se stessa, non produce ricchezza, ma sottrae tempo alla produzione e, di conseguenza, alla creazione di nuova ricchezza.Semplificare non significa assolutamente eliminare i controlli.Lo Stato deve essere inflessibile con chi evade, froda, sfrutta il lavoro o viola le regole. Ma deve diventare altrettanto affidabile e, passatemi il termine, “amico” delle imprese sane, resilienti e oneste che quelle regole le rispettano.Il paradosso del lavoro: costa molto all’impresa, ma al lavoratore resta troppo poco in tascaQuesto rappresenta il secondo grande problema: il costo del lavoro. C’è un dato che dovrebbe essere sul tavolo di qualsiasi Governo.Secondo l’OCSE, nel 2025 il cuneo fiscale italiano per un lavoratore single senza figli con una retribuzione media è stato pari al 45,8% del costo del lavoro, contro una media OCSE del 35,1%. Nonostante una riduzione di 1,21 punti percentuali rispetto al 2024, l’Italia resta tra i Paesi OCSE con il cuneo fiscale più elevato.Questo dato fotografa uno dei grandi paradossi italiani: l’impresa sostiene un costo elevato per il lavoro, mentre il dipendente vede arrivare nella propria busta paga una cifra nettamente inferiore.E allora dobbiamo smettere di contrapporre automaticamente imprenditori e lavoratori.Molto spesso, anzi, direi nella maggior parte dei casi, sono dalla stessa parte.L’imprenditore vorrebbe poter pagare meglio i propri collaboratori, certamente quelli meritevoli, senza rendere insostenibile il costo aziendale. Il lavoratore vorrebbe che una quota maggiore di quanto l’azienda spende per il suo lavoro arrivasse effettivamente nella sua busta paga. In mezzo c’è un sistema che deve essere profondamente ripensato.La politica deve avere il coraggio di affrontare il problema alla radice.Bisogna ridurre strutturalmente il cuneo fiscale sul lavoro.Non con provvedimenti occasionali destinati a cambiare dopo pochi mesi, ma attraverso una politica economica stabile e pluriennale.Una parte consistente della riduzione dovrebbe tradursi in una maggiore convenienza per le imprese ad assumere e un’altra parte in più denaro netto nelle buste paga dei lavoratori.Perché aumentare il reddito disponibile delle famiglie significa anche alimentare l’economia reale.Un lavoratore che guadagna di più può spendere di più: può acquistare una casa, cambiare automobile, andare al ristorante, viaggiare, comprare prodotti e servizi, investire nella formazione dei propri figli. E una parte di quei soldi ritorna inevitabilmente nell’economia e nelle imprese.Più reddito disponibile può significare più consumi; più consumi significano maggiore domanda; una maggiore domanda può generare nuovi investimenti, nuova produzione e nuova occupazione.È un circuito virtuoso che dobbiamo avere il coraggio di rimettere in movimento.Poi c’è il tema degli utili aziendali. Chi reinveste gli utili in azienda deve essere premiato.Un imprenditore che decide di lasciare gli utili nella propria azienda per farla crescere dovrebbe essere incentivato.Gli utili realmente reinvestiti nell’impresa dovrebbero beneficiare di un trattamento fiscale particolarmente favorevole, soprattutto quando vengono destinati a nuovi macchinari, digitalizzazione, intelligenza artificiale, ricerca, innovazione, efficienza energetica, internazionalizzazione, formazione e nuove assunzioni. Perché un euro reinvestito in un’azienda non è semplicemente un euro che rimane nelle tasche dell’imprenditore.Può diventare un nuovo macchinario.Può diventare un brevetto.Può diventare un nuovo stabilimento.Può diventare un giovane assunto.Può diventare un prodotto italiano esportato nel mondo.E può diventare nuova ricchezza sulla quale, domani, lo stesso Stato potrà raccogliere nuove entrate.Dobbiamo permettere alle piccole aziende di diventare medie e alle medie di diventare grandi, sostenendole concretamente.L’Italia possiede un patrimonio straordinario di piccole e medie imprese.Ma non possiamo limitarci a essere orgogliosi della nostra capacità di resistere.Dobbiamo permettere alle aziende di crescere dimensionalmente, mantenendo sempre alta quella qualità dei nostri prodotti per la quale il Made in Italy è conosciuto e apprezzato nel mondo. Una piccola impresa deve poter diventare media. Una media impresa deve poter diventare grande. Un’azienda italiana competitiva deve poter affrontare i mercati internazionali senza partire ogni volta con uno svantaggio determinato dal proprio sistema fiscale e burocratico.Non possiamo chiedere alle nostre imprese di competere nel mondo e, contemporaneamente, caricarle di pesi che rischiano di limitarne gli investimenti e la capacità di crescita.La competizione globale non aspetta l’Italia. Tecnologia, intelligenza artificiale, digitalizzazione e nuovi mercati stanno trasformando interi settori a una velocità impressionante.Se impediamo alle imprese di accumulare capitale e reinvestirlo, rischiamo di condannarle progressivamente a perdere terreno rispetto ai loro concorrenti.Non servono privilegi: serve solo competitivitàNessuno propone uno Stato senza tasse. Le imposte servono a finanziare sanità, scuola, sicurezza, infrastrutture, giustizia e servizi pubblici.Sottolineo, però, che questi servizi garantiti dallo Stato potrebbero essere gestiti meglio, offrendo una qualità maggiore a un costo inferiore. Riducendo inefficienze e sprechi si potrebbero recuperare importanti risorse economiche da reinvestire, ad esempio, per favorire la crescita delle aziende italiane.Il problema, dunque, è trovare un equilibrio sostenibile tra ciò che lo Stato preleva e la capacità del sistema produttivo di generare nuova ricchezza.Perché esiste una verità economica molto semplice: senza imprese competitive non esiste occupazione stabile; senza occupazione non esistono salari; senza salari e utili non esiste neppure una base fiscale sufficientemente solida per finanziare lo Stato sociale.Impresa, lavoratore e Stato non devono essere avversari.Devono tornare a essere parti dello stesso progetto di crescita. Cinque decisioni che Governo e Parlamento dovrebbero assumereLa politica dovrebbe costruire una strategia pluriennale basata su cinque obiettivi chiari: ridurre strutturalmente il cuneo fiscale; aumentare il reddito netto dei lavoratori; incentivare fiscalmente gli utili reinvestiti; semplificare drasticamente la burocrazia; garantire stabilità normativa e fiscale alle imprese.A questo dovrebbe aggiungersi un principio fondamentale: premiare chi investe, assume, innova e rispetta le regole.Un imprenditore deve sapere quanto pagherà, quali regole dovrà rispettare e in quali tempi la Pubblica amministrazione risponderà.La certezza delle regole è essa stessa una forma di competitività. Anche perché la resilienza delle imprese italiane non è infinita.Le nostre aziende hanno attraversato crisi finanziarie, pandemia, inflazione, aumento dei costi energetici, trasformazioni tecnologiche e instabilità internazionale.Hanno dimostrato una straordinaria capacità di resistenza.Ma non possiamo pensare che questa resilienza sia infinita.Non possiamo costruire un sistema economico sulla capacità dell’imprenditore di sopportare sempre un peso ulteriore.Un’impresa privata della possibilità di investire, crescere e competere, alla lunga chiuderebbe. E quando chiude un’impresa non perde soltanto l’imprenditore: perdono i lavoratori, le famiglie, il territorio e lo stesso Stato.Questa dovrebbe essere la consapevolezza dalla quale ripartire.Serve un nuovo patto tra Stato, impresa e lavoro L’Italia ha bisogno di un nuovo patto economico.Uno Stato severo con chi non rispetta le regole, ma semplice, veloce e affidabile con chi le rispetta.Un sistema fiscale che non penalizzi chi assume, investe e reinveste.Imprese che abbiano interesse e possibilità di condividere con i lavoratori i benefici della crescita.E lavoratori che possano finalmente vedere una quota maggiore del costo sostenuto dalle aziende per il loro lavoro trasformarsi in reddito realmente disponibile.Per troppo tempo abbiamo discusso di come distribuire la ricchezza senza dedicare sufficiente attenzione alle condizioni necessarie per crearne di nuova.La vera sfida italiana è tornare a crescere. E per farlo bisogna partire da chi quella crescita può generarla ogni giorno: imprese e lavoratori.La politica deve decidere se continuare ad amministrare un sistema che chiede sempre di più a chiproduce oppure costruire finalmente un Paese nel quale convenga investire, assumere, lavorare, innovare e crescere. Perché difendere l’impresa sana, resiliente e onesta non significa difendere una categoria.Significa difendere il lavoro. Significa difendere le famiglie. Significa difendere i territori. Significa difendere il PIL e la capacità produttiva del Paese.E, soprattutto, significa difendere il futuro economico dell’Italia.
CONTINUA A LEGGERE
4
0
0
Guarda anche
Libero Quotidiano
CASASCO (FI): "NO A POPULISMI ESTIVI, DIFENDERE CREDIBILITÀ E RISPARMIO"
Libero Quotidiano
Ieri, 21:58
L'Italia che produce non può più aspettare: liberiamo imprese e lavoro dal peso di tasse e burocrazia
Libero Quotidiano
Ieri, 20:54
Tg News - 18/8/2026
Libero Quotidiano
Ieri, 20:49
Agente spara contro un fuggitivo al pronto soccorso di Prato, le immagini
Libero Quotidiano
Ieri, 20:07
Più margini di spesa per gli Stati Ue sulla sicurezza energetica
Libero Quotidiano
Ieri, 20:02
Imprese, cresce la corsa all’IA ma mancano le professionalità
Libero Quotidiano
Ieri, 20:00
