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Economia e Finanza
Lo spread in picchiata? Un beneficio per l'economia, non un giochino della finanza
Oggi 13-01-26, 13:44
Le agenzie di rating sono delle divinità infallibili? Tutt’altro. Il mercato obbligazionario dei titoli sovrani è un indicatore affidabile dello stato di salute di un Paese? Non sempre. Detto questo, chi pensa che la finanza e l’economia reale viaggino su binari paralleli, e distanti, o è in malafede o sa poco di come funziona il mondo. Avete presente quando avete bisogno di un prestito, quando l’azienda vi licenzia perché deve tagliare i costi, quando sperate di guadagnare qualcosa investendo i vostri risparmi? Ebbene, in tutti questi casi, reali e concreti, la finanza ci mette lo zampino. Costo del credito (compreso quello che lo Stato chiede per finanziare il debito), investimenti delle imprese e andamenti dei mercati finanziari sono tasselli di un mosaico che ha a che fare direttamente con gli indici di Piazza Affari, i giudizi delle agenzie di rating e il famigerato spread. Croce e delizia della politica, che solitamente maneggia i numeri della finanza con la disinvoltura di un gorilla che prova ad usare un bisturi, quel differenziale tra i nostri Btp e i Bund tedeschi non è una medaglia da appuntare sul petto o un cappello da asino da indossare dietro la lavagna. È semplicemente l’indicatore della fiducia che gli investitori ripongono nel nostro Paese. Fiducia che può essere anche mal riposta, ma la sostanza non cambia. Quando c’è, i soldi si muovono con più facilità e le cose vanno meglio. Per tutti. Se oggi il frigo è vuoto, come ama dire Elly Schlein, con lo spread oltre i 500 punti, come nel 2011, probabilmente non ci sarebbe neanche il frigo. E non è un caso se quella sinistra che oggi fa spallucce di fronte ai successi finanziari dell’Italia nel 2023 sperava nella spallata dei mercati per detronizzare Giorgia Meloni. Le cose sono andate diversamente. E di molto. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45381991]] Ieri lo spread ha chiuso a 62,8 punti, un livello che non si vedeva dall’estate del 2008 e che rappresenta una riduzione di quasi 200 punti rispetto all’autunno del 2022, quando si è insediato il governo e quando l’indice si aggirava sopra i 250 punti. Nel frattempo il differenziale tra i Btp e gli Oat francesi, fino a qualche mese fa discretamente ampio, si è azzerato. Chi ci ha guadagnato? Come spiega il Mef in una nota diffusa ieri, di parte ma difficilmente contestabile, «i benefici sono evidenti per imprese, famiglie e finanza», con «ricadute favorevoli su tutti i principali attori del sistema». Portato a casa il risultato, ovviamente il governo si concede un po’ di orgoglio, ripercorrendo gli ultimi tre anni e sottolineando che si tratta «dell’effetto visibile e misurabile del lavoro responsabile svolto dall’esecutivo». In particolare sul contenimento del debito e sul rispetto delle regole di bilancio europee. Fattori, prosegue il Mef, «visti positivamente dai mercati e dalle agenzie di rating che hanno premiato la traiettoria di crescita e consolidamento fiscale del Paese: ad aprile 2025 è arrivata la promozione di S&P che ha alzato il rating dell’Italia a BBB+ da BBB con outlook stabile; a maggio 2025 l'agenzia Moody’s ha confermato il rating Baa3 per l’Italia e ha alzato l'outlook da stabile a positivo; a settembre 2025 Fitch ha migliorato il suo giudizio sull’Italia portandolo a BBB+ con outlook stabile; a ottobre 2025 da parte dell’agenzia DBRS è arrivata la promozione da BBB+ ad A (low), Scope ha confermato il giudizio BBB+ rivedendo al rialzo le prospettive (Outlook positivo) e KBRA ha rivisto l’outlook da stabile a positivo; a novembre Moody’s ha alzato il rating a Baa2 per la prima volta dopo 23 anni». La marcia è oggettivamente trionfale. Ma Via XX Settembre ha dimenticato un dettaglio, che è invece un punto fermo di tutte le promozioni ottenute: la stabilità politica. Che in Italia mancava da decenni e che forse piace ai mercati più dei conti in ordine. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45395721]]
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